14 Maggio 2019 - 14.06

Le nostre “fragili” montagne e quella voglia di arrivare in cima…

Inutile negarlo, oggi le nostre montagne sono molto, molto fragili tra temperature elevate, sbalzi termici tra caldo, freddo e vento. La neve in quota è ancora molto instabile e la situazione viene segnalata come invernale, anche se si è a metà maggio, dagli esperti di tutti i Meteo. I pendii sono carichi di neve ventata, accumulata nel corso del maltempo dei giorni scorsi, e quindi sono possibili valanghe spontanee. A questo si aggiunge che un escursionista può provocare distacchi di valanghe anche solo per un debole sovraccarico. I punti più pericolosi si trovano soprattutto sui versanti carichi di neve ventata esposti in tutte le direzioni, come nei canaloni e nelle conche sopra i 2 mila metri circa; ma insidiosi sono anche i pendii in prossimità delle creste. Le autorità, il soccorso alpino, il Cai, non ultimi anche gli amministratori locali, raccomandano da settimane la massima prudenza in caso di escursioni e gite – basti pensare che si è arrivati a chiedere di non salire il Pasubio non più di una settimana fa – senza dimenticare che in molte zone i paesaggi sono cambiati e alcuni sentieri ancora bloccati a causa della tempesta Vaia dell’ottobre scorso. Eppure. Per chi la montagna ce l’ha nel sangue, per chi la ama, per chi la percorre con passione ancestrale, resta la voglia di andare. Su, sulla cima. Una sensazione irrazionale che solo vivendola, si può capire. Su, in alto. Nonostante i rischi oggettivi: del meteo, dell’ambiente, del paesaggio, della Montagna in quanto Natura “viva”, sempre in movimento. Ma dove finisce l’amore per la montagna e inizia il rischio per la propria vita? Come ha detto recentemente Agostino Da Polenza: “Vale forse la pena di rifletterci e di ragionare sulla nostra capacità o possibilità di controllo dei pericoli oggettivi, soprattutto quando il naturale anelito alla scoperta, al misurarsi con i nostri attuali e prossimi limiti oggettivi, naturali, ci spinge avanti, sempre oltre”.

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