11 Giugno 2020 - 10.30

Le fantastiche vedove vicentine

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di Alessandro Cammarano

«Chi muore giace e chi vive si dà pace»: con questo meraviglioso adagio la mia saggia bisnonna, umbra di nascita e romana d’adozione, chiosava quando qualche amica le descriveva la sua situazione vedovile.

Non c’è dubbio alcuno che le vedove se la cavino assai meglio dei loro omologhi maschili. L’uomo che resta senza moglie è una barchetta in balia di flutti minacciosi, il più delle volte non è in grado di badare a se stesso neppure per quanto attiene alle necessità più basilari, finendo spesso tra le grinfie di badanti procaci e rapaci che con la scusa di “farlo sentire giovane” depredano l’attempato pollo fino a ridurlo alla carità.

È raro invece che le donne – ad eccezione forse di Gina Lollobrigida – cadano nella rete del toy-boy; perché sono più sagge, incredibilmente accorte e soprattutto dotate di uno spirito di sopravvivenza che Rambo circondato da nemici nella foresta viene derubricato a boy-scout.

Una categoria a sé stante è quella della “vedova vicentina”, che si declina in più sottotipi a seconda delle disponibilità economiche e del ceto sociale, secondo l’assunto che “tutte le vedove sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre”.

Chi scrive lo fa vantando una certa qual esperienza dovuta alla frequentazione diretta di amiche di famiglia – non mie ma della genitrice, a sua volta vedova – che già da sole incarnano un fantastico microcosmo.

Dunque: quasi tutte le vedove vicentine frequentano il cineforum, o almeno lo frequentavano fino a che le pandemiche restrizioni non le hanno costrette a ripiegare sulla “Vita in diretta” o “Detto fatto”.

La rassegna più gettonata è, naturalmente, quella del cinema Odeon, la cui proposta di titoli “d’essai “consente alle signore – che scelgono rigorosamente la proiezione delle quattro pomeridiane – di proseguire al bar le conversazioni che hanno intrattenuto durante l’intero arco della proiezione.

I riferimenti al consorte defunto sono all’ordine del giorno e nascono da spunti tratti dalla pellicola appena vista; resta da capire come un vicedirettore di banca – agenzia periferica – abbia qualcosa in comune con un eroe della dinastia T’ang artefice della riunificazione della Cina del Settimo secolo o con un sofisticato dandy britannico ai tempi della Reggenza.

In realtà tutto è chiaro: la sopravvissuta al marito solitamente usa il paragone per descrivere perfidamente la mancanza d’iniziativa del defunto, incassando la comprensione delle compagne di sventura. Diabolica.

Altro polo di attrazione vedovile è l’Università della Terza età, dove le signore si acculturano seguendo conferenze di argomenti vari. Qui si trovano professoresse in pensione e rappresentanti della Vicenza “bene”, tutte che se la tirano un po’ perché “hanno viaggiato” grazie al defunto marito che, mentre la consorte si beava alla vista di palazzi e rovine, preferiva defilarsi ritirandosi nella casa di campagna.

Eh sì, perché la vedova berica viaggia, si sposta, vuol conoscere; e questo riguarda, con modalità diverse tutte le classi sociali.

La ricca – che ha case al mare, in montagna e a mezza collina – alterna villeggiature solitarie ad escursioni di gruppo in compagnia di altre vedove abbienti, il tutto in nome della cultura. Generalmente schifa le mostre alla Basilica Palladiana, che considera “troppo divulgative”, dedicandosi invece ad improbabili retrospettive fotografiche a Zibello “imperdibili per organicità di contenuti”.

La meno abbiente si sposta in pullman di minor lusso per recarsi in pellegrinaggio, con la parrocchia, a sperduti santuari mariani con pranzo in trattoria tipica dopo la funzione religiosa, oppure trascorre una settimana al mare con i “Soggiorni per anziani”, dividendo la camera doppia alla Pensione Cesira con una semisconosciuta che russa.

Tutte, comunque, ricordano con nostalgia, le litigate col defunto. Il giovedì di mercato è un tripudio: tutte sedute ai tavoloni dei caffè che circondano Piazza dei Signori, dando vita ad una sorta di happy hour diversamente giovane dove le più morigerate – in netta minoranza – si concedono un analcolico, mentre le amiche vanno giù dure di spritz Campari e tramezzini che “tanto ci faccio pranzo, perché non ho più nessuno a cui cucinare”.

In realtà si favoleggia di “pranzi delle vedove” da fare invidia a quelli che Vatel preparava per il Re Sole. Una menzione la meritano le “sportive”, che trascinano consorelle di vedovanza in passeggiate il cui richiamo all’Anabasi senofontea è immediato; chilometri percorsi tra salite e discese – “andiamo a fare due passi a Monte Berico” significa “il caffè lo prendiamo ad Arcugnano, tanto è un attimo” – alle quali alcune non sopravvivono. Ho sempre avuto un sospetto: credo che qualcuna creda di essere vedova e che il marito sia invece felicemente vivo ma, come fanno certe lucertole del deserto, si finga morto stecchito  per sfuggire alla cattura del predatore di turno. Indagherò.

Alessandro Cammarano

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