26 Febbraio 2020 - 12.02

La figlia di Adriano Trevisan, primo morto da coronavirus: “Mio padre non è un numero”

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“Vittima numero uno del coronavirus. Poi ci sono stati il due, il tre, il quattro…”. Vanessa, figlia del padovano Adriano Trevisan, la prima persona in Italia a morire risultando positiva al coronavirus, racconta attraverso le pagine di La Repubblica di oggi il dolore nel vedere il padre ridotto a un numero: “Vorrei che mio padre fosse ricordato per come è vissuto, non per come è morto”. “Adriano Trevisan non è un numero, non è la prima vittima italiana del coronavirus, non è un nome e un cognome sul giornale. Adriano Trevisan è mio papà. È il marito di mia madre Linda. È il nonno di Nicole e di Leonardo”: così parla Vanessa, ex sindaca di Vo’ Euganeo, 45 anni, anche lei risultata positiva al Sars-Cov-2 insieme alla madre: le due sono costrette alla quarantena in casa per due settimane. Nell’intervista a Repubblica la donna commenta: “Vittima numero uno del coronavirus. Poi ci sono stati il due, il tre, il quattro… e hanno detto: “però era vecchio”, come se la sua età dovesse attenuare il dolore che provo, come se la sua scomparsa fosse meno importante. È morto venerdì e solo adesso che devo sbrigare le pratiche burocratiche, chiamare la banca, telefonare al notaio, comincio a realizzare. Stamani mi hanno chiesto di inviare il suo documento d’identità, sono andata a frugare nel suo portafogli e ho capito che mio papà non c’è più”. Vanessa Trevisan racconta anche che la salute del padre era già compromessa prima del virus: “Era cardiopatico e debilitato. Il mio vero rammarico è che il nostro medico di base, quando ha cominciato a sentirsi male, non sia voluto salire a Vo’ per visitarlo. Sosteneva fosse una banale influenza. Stava male già giovedì 13, aveva la febbre e problemi a respirare. Chiamo il dottore, gli riferisco le sue condizioni, ma appunto lui non viene ad auscultargli i polmoni. La domenica, il giorno del suo compleanno, l’abbiamo fatto ricoverare a Schiavonia”. Inizialmente la famiglia non ha pensato potesse trattarsi di coronavirus: “Il medico  ci aveva rassicurato. In ospedale, però, non riuscivano a capire cosa provocasse l’infiammazione ai polmoni che gli impediva di respirare. Ci hanno domandato se aveva fatto viaggi, se aveva la passione del giardino. Per capire se era stato a contatto con fertilizzanti tossici. La dottoressa che seguiva il caso ci diceva di non poter fare il test per il virus perché il protocollo non lo prevedeva per pazienti che non erano tornati dalla Cina, o non avevano avuto contatti con soggetti a rischio. E chi poteva immaginare che Vo’ era diventato un focolaio?”. Ma poi arriva il tampone: “Gliel’hanno fatto giovedì 20. Venerdì pomeriggio ero in ufficio, mi chiama mio fratello e mi dice che nostro padre ha il virus. Mollo tutto, vado a Schiavonia e trovo il reparto di Rianimazione blindato. La sera è morto. Comunque voglio ringraziare tutto il personale di quel reparto, sono stati angeli: quando papà ha avuto la crisi cardiaca, hanno provato a rianimarlo per 40 minuti. Ben venga l’indagine che è stata aperta per il suo decesso, ma lui non me lo porta indietro nessuno”.

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