17 Aprile 2020 - 18.33

Il virus colpisce i teatri, la politica li sta ammazzando

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di Alessandro Cammarano

Italia terra di teatri; non vi è città dello stivale che non abbia – o non abbia avuto – un teatro civico. Ogni borgo può – o poteva – vantarsi di annoverare tra i suoi edifici uno spazio per lo spettacolo, spesso gioielli di architettura e di decorazione.

Dai minuscoli teatri di Busseto o di Arpino, passando per Lugo e arrivando a quelli bellissimi, e tutt’altro che piccoli, di Cosenza o il meraviglioso “Bellini” di Catania; non dimentichiamo, per restare vicini, il teatro di Lonigo e quel gioiello Liberty di Thiene.

Ciascuno di questi teatri ha ospitato grandi voci, strumentisti illustri ed è stato testimone di inizi di carriere di artisti poi assurti a fama internazionale; ognuno ha una sua storia, che spesso parte da un gruppo di appassionati – necessariamente abbienti – che nei secoli scorsi misero mano al portafoglio e si fecero promotori di cultura e di arte a beneficio di tutti.

Il teatro non è élite, o almeno non dovrebbe esserlo – come diceva Paolo Grassi –, svolgendo invece una funzione costante di confronto e di crescita. In questa tragica epoca di pandemia che, come abbiamo già scritto più volte, è tanto ecumenica e democratica da non risparmiare nessuno, uno dei settori che maggiormente soffre è quello dello spettacolo.

Per sgombrare il terreno da qualsiasi malinteso o luogo comune bisogna ricordare che quelli di attore, cantante, musicista, scenografo, regista, costumista, danzatore, coreografo…sono lavori veri, professioni fonti di reddito, con le quali si paga l’affitto e si apparecchia la tavola. Nel Paese del Melodramma anche i politici, senza distinzione alcuna di schieramento, reputano che le professioni legate allo spettacolo siano in realtà dei passatempi. Per molti tra gli spettatori chi sale su un palcoscenico non ha neppure diritto alla sepoltura in terra consacrata. Non è così! Sappiatelo. In questo momento di serrata forzata dei teatri – ma anche dei cinema e di conseguenza della produzione di film – attori, cantanti, registi…fanno letteralmente la fame, anche perché i compensi alla Domingo o alla Pavarotti sono oramai una favola che si racconta ai bambini per farli addormentare. Chi suona, recita o canta oramai guadagna quanto un impiegato di medio livello, e tutto questo dopo anni di studio e di gavetta. Fin qui la descrizione della parte “visibile” del problema, perché ne esiste una altrettanto grave che in questo momento riguarda i teatri, ed è quello del personale fisso.

Teatro vuol dire un’orchestra, un coro, un corpo di ballo e poi attrezzisti, elettricisti, falegnami, sarte, impiegati…: tutti lavoratori indispensabili e al momento – i più fortunati – in cassa integrazione, proprio come un operaio. Dietro ad ognuno di loro c’è una famiglia: fate voi il conto. Non parliamo poi di tutti i festival estivi, che gran parte d’Europa ha già cancellato per quest’anno, che anche in Italia difficilmente si potranno tenere, con la conseguente perdita di indotto legata all’ospitalità alberghiera e alla ristorazione. Una tragedia alla quale la politica pare interessarsi poco se non per niente. L’audizione del ministro della cultura – il minuscolo è voluto – si è ridotto ad una pura esposizione di “corre l’obbligo di”, “è allo studio”, “si dovrà mettere mano a” vuoti di qualunque contenuto. Franceschini ha poi lanciato l’idea di ripartire, mantenendo i requisiti maturati lo scorso anno relativamente a produttività e qualità delle produzioni, la stessa ripartizione del FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) con l’impegno dei beneficiari a destinarne gran parte ai dipendenti. Il sospetto, forse temerario, è che in assenza forzata di produzioni i fondi ricevuti saranno destinati a ripianare eventuali deficit pregressi e che l’attrezzista o la sarta vedranno noccioline. E i giovani? Quelli che, appena diplomati, per guadagnare qualcosa accettano piccoli concerti ove non matrimoni e compleanni? Loro come mangeranno? Non per fare gli esterofili, ma la Germania ha gettato nel piatto decine di miliardi a sostegno dei lavoratori dello spettacolo, tutti. Quando si potrà tornare a vedere uno spettacolo dal vivo? Non in tempi brevi. La “distanza sociale” impedisce di fatto l’accesso al pubblico e l’attività in palcoscenico. È di questa mattina la dichiarazione di Roberto Bolle che con drammatico senso della realtà dà per morto il balletto, disciplina artistica ove non si può prescindere dal contatto fisico. Inoltre è immaginabile un’orchestra con i leggii a un metro di distanza l’uno dall’altro e un oboista che suona con la mascherina? Follia. Si tenta, anche con successo, di mantenersi vivi mandando in streaming spettacoli d’archivio, mettendoli così a disposizione di un pubblico vasto che potrebbe essere anche il pubblico del futuro. Già, il futuro. C’è che parla già di intere stagioni trasmesse su piattaforme digitali a pagamento: ipotesi praticabile ma che rischia di snaturare il concetto stesso di teatro, che vive dell’empatia tra pubblico e palcoscenico, che ha bisogno di fisicità e non di virtualità. Viene da pensare che, quando e se si tornerà ad una qualche forma di normalità, solo chi sarà stato capace di reinventarsi sopravvivrà; per gli altri il futuro è grigio se non nero.

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