29 Aprile 2019 - 10.57

Il vicentino ‘finto giovane’, prigioniero del tempo

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di Alessandro Cammarano

Da Faust a Dorian Gray, gli uomini, intesi qui come maschi, hanno inseguito l’eterna giovinezza; anche a prezzo di dannarsi l’anima o di permettere ad un quadro nascosto in soffitta di invecchiare al posto loro.

Se nel diciottesimo secolo i maschietti ricorrevano a ciprie belletti vari, nèi posticci e merletti, oggi sono disposti a ricorrere alla stregoneria pur di non dimostrare l’età reale.

Tristemente quasi tutti i tentativi, tranne alcuni ascrivibili a congiunture astrali incredibilmente favorevoli se non direttamente all’intervento di una qualche divinità intensamente pregata e talvolta lusingata con sacrifici anche umani, sono destinati al fallimento.

Camminando per la strada, soprattutto all’ora dell’aperitivo nel tardo pomeriggio, mescolate a crocchi di giovani modaioli, emergono tragiche figure di fintigiovani – scritto tutto attaccato, neologismo necessario a identificare la tipologia – che tentano con nonchalance di passare per tardoadolescenti o al massimo per trentenni modaioli.

I più abbienti, o semplicemente quelli che decidono di dilapidare ogni loro fortuna, ricorrono spudoratamente al bisturi, quasi sempre con risultati tragicomici.

Alcuni, pudicamente, si accontentano di una semplice blefaroplastica che regala loro uno stralunato sguardo da allocco spaventato; altri, più spregiudicati si lanciano in rimozioni di bargigli, stiramenti estremi, tanto insistiti che, dopo il terzo o quarto intervento, somigliano tutti a Renato Balestra, che a sua volta a quei pesci abissali trasparenti e zannuti.

Altri, dotati di minori disponibilità finanziarie, si gettano a ruga morta sui famosi “aiutini” a base di acido ialuronico, collagene, silicone, stucco liquido, eccetera. Il risultato porta a visi gonfi e privi di qualunque espressione, specchi comunque della vuotezza che sta loro alle spalle.

Tutti costoro sono assidui frequentatori di palestre, possibilmente alla moda e frequentate da ventenni prosperose a cui attaccare bottone fra un esercizio e l’altro, nella vana speranza di fare colpo. Il ricorso al personal trainer è imperativo, a patto che col muscoloso istruttore si trovi un accordo per il quale con il minimo sforzo si possa dare l’impressione di svolgere un allenamento degno della preparazione ad un triathlon nella giungla del Borneo.

Tanta ostentata fisicità va completata da capigliatura e abbigliamento adeguati.

I fintigiovani sono la gioia dei parrucchieri che sulle loro chiome strinate si divertono a giocare con colori “tanto naturali che sembrano proprio veri” e colpi di sole che ravvivavano la canizie.

Alcuni, restii ad affidarsi all’esperto, ricorrono a tragici fai-da-te acquistati con fare furtivo al supermercato, ottenendo nuances che vanno dal nero-corvo all’Irish-setter passando per il biondo stoppa”Baby Jane”.

L’outfit, per usare un termine caro ai beoti che su Instagram vendono le loro influenze, non può prescindere dall’acquisto di capi rigorosamente di tre taglie più piccoli di quanto non servirebbe, dando vita a deliziosi effetti “insaccato”, con bottoni e cerniere al limite del collasso.

I colori sono sgargianti: se per i pantaloni, sempre “acqua alta” e risvoltino, sono l’arancione becco di papero e il rosso bandiera ad andare forte, nelle giacche prevalgono quadroni a contrasto o microfantasie policrome ad imitazioni dei mosaici arabi. La polo, di preferenza rosa, si indossa sempre col colletto tirato su, a ricordo dei gloriosi anni Ottanta che li videro trentenni rampanti.

Sulle scarpe non c’è discussione: snickers firmatissime o mocassini di camoscio.

Calzini…quali calzini?! Il fintogiovane, alla pari dei giovani veri, si sente hipster dentro e rinunciato l’accessorio a lui più inviso a favore di un piede nudo incurante di vesciche e geloni.

Alla fine sono teneri e divertenti, soprattutto quando perdono la dentiera sgranocchiando gli anacardi che sono stati loro serviti con lo spritz, rigorosamente Aperol, perché Campari fa vecchio.A

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