16 Ottobre 2020 - 16.59

Il primo giorno di scuola… de na vòlta

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di Alessandro Cammarano

Nelle scuole si è ripreso a fare lezione. Gaudeamus! Il settore di gran lunga più importante per la vita di un Paese – almeno di quelli che investono nel futuro – è l’istruzione e di istituti scolastici chiusi non se ne poteva davvero più. In questi giorni di ripresa la mente corre, tanto per cambiare, al passato, quando la campanella che chiamava a raccolta gli studenti iniziava a suonare il Primo di ottobre, giorno di San Remigio.

Già, perché è “solo” dal 1977 che le lezioni iniziano, a secondo delle Regioni, tra il dieci e il venti settembre. Era bello iniziare la scuola a ottobre, anche perché all’epoca il quattro si celebrava la festa di San Francesco Patrono d’Italia; all’epoca era festa nazionale e dopo soli tre giorni scuola se ne faceva uno di vacanza.

Non so perché ma fino al 1977 anche la meteorologia sembrava seguire un corso diverso: le nebbie cominciavano a calare dopo la “Festa dei Oto” e le temperature a scendere intorno al quindici di settembre, tanto che il primo giorno di scuola vedeva tutti già più o meno imbacuccati.

Alcune madri, animate dal ben noto eccesso di protettività che caratterizza le genitrici italiche, coprivano i poveri pargoli come se dovessero partire per una spedizione antartica facendo sì che il povero piccolo studente diventasse in breve tempo una specie di involtino al vapore.

Il grembiule, che avrebbe dovuto essere simbolo di uguaglianza, costituiva invece una neppure tanto velata forma di divisione capace di identificare immediatamente la “provenienza” dei piccoli allievi.

I rampolli della classe operaia vestivano grembiuli – bianchi per le femminucce, neri per i maschietti – comprati alla Standa e guarniti con fiocchi, rosa o azzurri, spesso riciclati; i bimbi abbienti sfoggiavano fiocconi inamidati, generalmente di raso di seta perfettamente inamidati dalla governante e incorniciati colletti bianchi di pizzo di Burano – i ricchissimi osavano trine di Valenciennes – che parevano usciti da un quadro di Velasquez, il tutto su sopravvesti immacolate o corvine generalmente di cotone egiziano “quadruplo filo ritorto superiore” che avrebbero fatto invidia ad un satrapo.

Anche la cartella costituiva un discrimine sociale evidente. Gli zainetti facevano timidamente capolino e i libri ­– pochissimi – si trasportavano comunemente, insieme ai quaderni e all’astuccio, in manufatti che somigliavano a quelli degli adulti ma in colori altamente improbabili.

Anche qui chi si poteva permettere il meglio esibiva cuoio toscano, i meno fortunati similpelle di un più che equivoco “marón”.

Altro bel discrimine veniva dalla cancelleria: Bic per i comuni mortali, Parker o Paper Mate per gli abbienti. I quaderni dei ricchi avevano copertine con le incisioni di Piranesi, quelle dei poveri lo stemma di una squadra di calcio di serie B.

Sulla ricreazione sembrava invece regnare una maggior democrazia: la merendina confezionata spopolava già negli anni Settanta e i frugoli, così come gli studenti più grandi, giocavano allegramente a rubarsela, come oggi del resto.

In realtà è cambiato poco, tranne che per l’assembramento – parola pericolosissima – dei SUV da cui mammine perfettamente truccate già alle sei del mattino fanno sbarcare bimbi ipergriffati capaci di mescolarsi come l’olio con l’acqua ai compagni meno fortunati che vestono ancora con le felpe dei Power Rangers ereditate dai fratelli maggiori.

Il primo capitolo finisce qui, ma…restate sintonizzati.

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