27 Maggio 2019 - 14.24

Il “monstrum” veneto


Se a livello nazionale il 34,4% ottenuto dalla Lega è un risultato epocale, quello del Veneto assume toni da “monstrum”, che in lingua latina significava prodigio, portento.
Nei giorni scorsi mi ero chiesto come i veneti, che mostravano chiari segni di insofferenza per l’alleanza con il Movimento 5Stelle, avrebbero mandato questi segnali.
A mio avviso avevano davanti due opzioni:
·      far diminuire il consenso alla Lega, per segnalare l’insoddisfazione;
·      incrementare i voti per Salvini, per dargli più forza, con una massiccia investitura popolare.


Hanno scelto la seconda strada, e l’hanno fatto alla grande, facendo del Veneto la Regione con la percentuale più alta di voto leghista.
Ben il 49,9%, sei punti e mezzo in più rispetto alla Lombardia, che fu la culla di Bossi, e dove è nato il “Generale” Salvini.
I Veneti hanno quindi voluto “spingere” Salvini, dandogli la forza per imporre l’agenda leghista a Di Maio ed ai riottosi pentastellati.
Uno potrebbe pensare; ma in fondo il Veneto è da anni in mano leghista, Zaia governa bene, ed è fra i Governatori più apprezzati a livello nazionale! 
Cosa può significare qualche punto in più, in una Regione dove la Lega da decenni naviga su percentuali assai elevate?


In realtà molto, perché in politica non bisogna mai dare nulla per scontato.
Il Veneto, con Lombardia ed Emilia Romagna, è nella ristretta cerchia delle Regioni più produttive.  In particolare è la prima per l’export, e se in questi anni la “barca Italia” è stata a galla lo si deve anche alle capacità ed all’industriosità dei veneti, che hanno saputo riconvertire le aziende, affrontando senza rete la concorrenza globale, sempre più competitiva.
E’ chiaro che una realtà politico-sociale del genere non possa che essere interessata allo sviluppo ed all’innovazione, che in campo politico vuol dire soprattutto più infrastrutture, più ricerca, meno tasse, e meno burocrazia.
Logico quindi che in questo primo anno di governo giallo-verde fosse vista con una certa diffidenza la politica imposta da Di Maio, caratterizzata da provvedimenti di tipo assistenzialista, di no alla tav, di no all’alta velocità Milano-Venezia, di no alla pedemontana, di provvedimenti di fatto contro l’imprenditoria, come il decreto dignità.
Sull’autonomia rallentata ad arte dai “grillini” poi l’insofferenza dei veneti toccava il massimo.  Perché Di Maio mostrava di fatto di non dare il giusto peso all’istanza di maggiore autonomia, votata da due milioni di veneti con una percentuale di oltre il 90%.

In definitiva, in Veneto si percepiva il Movimento 5 Stelle come il Sindacato territoriale delle Regioni del Sud, di fatto contrario ad ogni provvedimento in grado di dare ulteriore fiato all’economia delle regioni più produttive.
Ecco perché domenica i veneti hanno deciso di puntare ulteriormente le proprie fiches su Salvini, per spingerlo ad imporre al Governo la “tabella di marcia” della Lega.
E, come dicevo, lo hanno fatto in modo eclatante.
Basta leggere le percentuali ottenute nelle varie realtà provinciali:

Belluno      47,2           Pd 18%               M5S  7,8%
Treviso      53,7%        Pd 18,3%            M5S 7,4%
Vicenza     52,7%        Pd 18,2%            M5S 7,9%
Venezia     45,8%        Pd 21,6%            M5S 11,3%
Padova      48,2%        Pd 20,1%            M5S 9,2%
Verona       49,7%        Pd 17,0%            M5S 8,8%
Rovigo       48,5%        Pd 19,0%            M5S 10,2%

Le cifre parlano da sole, al di là di ogni commento.
Le cronache riferiscono che domenica notte, al K3 di Treviso, storico quartier generale della Lega, il primo exit poll fornito da una delle tante reti televisive sia stato accolto da qualche leghista presente con la frase “Adesso rompiamo con il Movimento 5 Stelle”.
Sentiment senza dubbio diffuso fra la base leghista ed i veneti in generale.
Ma che finirà con lo scontrarsi inevitabilmente con la situazione interna dei 5 Stelle dopo il tracollo elettorale.
Che vedrà sicuramente una fase di “riflessione”, per usare un eufemismo, che si spera non si traduca in una “resa dei conti” della base con Di Maio ed il vertice grillino.
E quindi tutto si gioca sulla tenuta della leadership di Di Maio sul Movimento, che se dovesse incrinarsi metterebbe in seria difficoltà anche Salvini, visti i numeri che il Movimento ha nell’attuale Parlamento.
E qui si innesca un altro problema.


Si sa che deputati e senatori sono sempre contrari a nuove elezioni, ed a maggior ragione quando rischiano di non essere rieletti, come succederebbe a buona parte dei 5Stelle se venissero confermati i dati delle europee.
E quindi Salvini sa bene che una crisi di Governo senza sbocchi porterebbe al rischio della nascita di un Esecutivo di “responsabili”, dove confluirebbero quasi certamente mezzo Movimento 5 Stelle, la Lega, Fratelli d’Italia e forse Forza Italia.
Un’accozzaglia che non sarebbe certo l’optimum per affrontare la finanziaria lacrime e sangue che si prospetta a settembre.
Come si vede la strada del “capitano”, oggi “generale”, non è proprio agevole, ed ogni scelta può essere pericolosa, perché può aprire scenari imprevedibili.

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