25 Gennaio 2021 - 10.44

Il Covid e i talebani dell’isolamento (spesso garantiti)

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di Alessandro Cammarano

“La prudenza non è mai troppa” recita un detto antico e mai così attuale come in questo orrendo tempo di emergenza costante e, a quel che dato vedere, difficile da veder superata in tempi ragionevoli.

Oramai la mascherina è diventata un accessorio, come la cravatta o il foulard, la si coordina con l’abbigliamento e la si sceglie in base all’umore. Per quelli che credono solo nella “chirurgica” – malfidenti nei confronti delle mascherine di stoffa a cui si applica un filtro da sostituire con regolarità e che si lavano la sera tornado a casa – le case produttrici hanno iniziato a farle colorate e quindi abbinabili alla camicia o semplicemente all’umore del giorno.

Ci siamo tanto abituati al volto coperto che oramai “fa strano” guardare un film dove, tranne i rapinatori, tutti girano a viso scoperto.

Sacrosantissimo anche il distanziamento: il metro di distanza va mantenuto, sempre e comunque, così come le mani vanno igienizzate il più spesso possibile anche se a lungo andare è prevedibile la comparsa di squame da glicoli tali da renderci tutti un tantino somiglianti ad Aquaman, ma con molti meno muscoli.

L’eccesso, talvolta anche un po’ ipocrita, è comunque dietro l’angolo perché si sa, all’italiano medio l’esagerazione piace, l’idea di mettersi in mostra lo solletica, il “prima io!” è una costante in più di un atteggiamento: le misure di prevenzione non fanno eccezione, spesso accompagnate da un “armiamoci e partite” che è un’altra delle nostre peculiarità.

I talebani dell’igiene redarguiscono chiunque all’accedere a qualunque esercizio pubblico – quando sono aperti, cosa non scontata nella girandola di colori – non si faccia letteralmente il bagno nel gel igienizzante, che troppo spesso è di qualità non eccelsa e finisce o per non evaporare o per impastrocchiare le mani fino ad un liberatorio lavaggio con acqua e sapone. Un secondo dopo l’abluzione lo stesso cittadino “responsabile” si infila bellamente un dito nel naso alla ricerca di reperti, non senza prima aver malamente apostrofato una poveretta che tarda a mettere i guanti per prendere la verdura.

Tremendi i maniaci del distanziamento siderale; personaggi che si sentirebbero il fiato sul collo anche se si trovassero da soli nella tundra del Kirghizistan e che danno in escandescenze se qualcuno si avvicina a loro a meno di sei metri. Alle scene peggiori, in questi casi, si assiste negli aeroporti che, per inciso, in questo periodo sono più deserti del Gobi: ecco che ai controlli di sicurezza, dove si passa da un segno sul pavimento all’altro un po’ come se si giocasse a campana, il pazzo di turno si altera perché chi lo segue nella fila verso i metal detector è a meno di tre metri. Se gli si fa notare che un metro è sufficiente, allora anche la più tenera vecchina si trasforma nella “Vedova” di Kill Bill, ma senza esser Uma Thurman, e sfodera un vocabolario che farebbe arrossire il più sboccato degli hooligans. Non c’è il minimo verso di farli ragionare, partono a testa bassa come un muflone durante la stagione degli amori, insultano, minacciano di chiamare “la forza pubblica”, fanno balenare denunce alla Santa Inquisizione, sbraitano di attentato sanitario. Generalmente interviene un poliziotto che li fa ragionare con le buone, anche se ogni tanto a vedere l’invasato di turno tornare improvvisamente calmo viene il sospetto che il tutore della legge che lo ha riportato a più miti consigli gli abbia iniettato di nascosto una dose equina di sedativo.

La categoria peggiore è quella che coniuga la prevenzione al fariseismo. Spiego: le vestali dell’”io resto a casa” – che per inciso, purtroppo, è ancora la migliore tra le forme di prevenzione – spesso lanciano il loro proclami inneggianti all’isolamento monastico attraverso i social media, generalmente immortalandosi in selfie improbabili scattati su prati innevati o in boschi decidui. A chi risponde loro obbiettando che un plateau alpino non è esattamente “al chiuso” rispondono con la serenità di un monaco zen con frasi del tipo “Ma qui sono da solo, mica è un centro commerciale”; i più arditi si lanciano in sproloqui come “Guarda che questo è il giardino di sedici ettari della mia seconda casa, che posso tranquillamente raggiungere grazie all’ultimo DPCM, subito fuori Courmayeur. La prossima settimana vado a isolarmi in villa a Rapallo, la vista del mare d’inverno è così rilassante”. Seguono frasi beneaguranti che vanno da “Speriamo in una valanga” o “Che uno tsunami ti si porti!”.

I supporter dell’”io resto casa” sono troppo spesso dipendenti pubblici e dunque percettori di stipendio fisso che arriva puntualmente sul loro conto corrente a fine mese anche se sono con le ciaspole a Campomulo.
Basterebbe un po’ di buon senso, o no?

Alessandro Cammarano

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