6 Aprile 2020 - 12.16

Coronavirus: analizzare la pandemia attraverso i numeri

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In questo tempo di emergenza siamo travolti dai numeri. La quotidiana conferenza stampa della protezione civile ci ha abituato ad una sequenza di dati impressionanti: quanti contagiati, quanti guariti, quanti in ospedale e quanti nei reparti di rianimazione, quante vittime. Lo stesso presidente della regione Luca Zaia ha preso l’abitudine di aprire il suo appuntamento giornaliero con i giornalisti, alle 12,30, mostrando una serie di cartelli che ripercorrono lo stesso schema, arricchito però dalla quantità di bambini nati nelle ultime ventiquattr’ore. I numeri sono bellissimi, chiari, incontrovertibili. Eppure bisogna anche essere in grado di leggerli, di inquadrarli in un sistema e in un panorama più ampio ed è quello che vi propongo di fare insieme, oggi. Partiamo allora dai dati inseriti nel bollettino diffuso ieri alle 17 dall’Azienda Zero del sistema sanitario regionale e cerchiamo di enucleare sei numeri importanti. Ho scelto il numero totale dei contagiati dall’inizio dell’emergenza  in Veneto (11.407), il numero dei contagiati totali in provincia di Vicenza (1686), il numero dei decessi in Veneto (654) e quello in provincia (86), il numero dei malati attualmente ricoverati in terapia intensiva in Veneto (327) e quello negli ospedali del Vicentino (41).Sono poi andato alla ricerca di un paio di dati che, nel bollettino sanitario, non ci sono: quante persone vivono in Veneto e quante nel Vicentino. Una ricerca sul web porta a concludere che i veneti sono 4.905.000 mentre nel Vicentino risiedono 862.000 persone. La domanda da porsi subito dopo è quale sia l’incidenza percentuale di contagiati, di malati gravi e di deceduti rispetto al totale della popolazione, e quindi ho impostato una proporzione, facendo ricorso ai miei ricordi di scuola media. E allora si potrebbe scrivere che 11.407:4.905.000=X:100. La soluzione si trova con la formula 11.407×100:4.905.000. E alla fine possiamo dire che X è uguale a 0,23. La percentuale di veneti che sono stati contagiati dal virus Covid-19 fino ad oggi è dunque pari allo 0,23 per cento della popolazione totale. Con lo stesso procedimento possiamo andare a scoprire che la percentuale dei contagiati in provincia di Vicenza è dello 0,19 per cento. In terapia intensiva in questo momento c’è lo 0,006 per cento dei veneti, lo 0,004 dei vicentini e ancora i morti sono ad oggi lo 0,013 di tutti i residenti del Veneto, mentre sono lo 0,009 rispetto a tutte le persone che vivono nella provincia di Vicenza.

Le valutazioni
Certo, guardare ai numeri attraverso le percentuali ci offre una prospettiva differente, forse vagamente rassicurante, ma non bisogna farsi trarre in inganno. Una percentuale oggettivamente bassa non dice nulla sul rischio di contagio, non dice nulla sulla possibilità di ammalarsi. Esperti di virologia e di epidemiologia si stanno sgolando a forza di dirci che bisogna stare a casa, che bisogna evitare il contatto con altre persone e, in caso di necessità, che è assolutamente necessario adottare delle precauzioni, come indossare la mascherina e i guanti, tenere una distanza di sicurezza di un metro, meglio due metri. Tutto questo perché il virus è aggressivo, contagia in fretta e poi lo sviluppo della malattia può essere molto grave. Stiamo a casa perché è giusto farlo e non perché ce lo dicano i numeri.Può essere però arrivato il momento di una riflessione più approfondita circa altri aspetti. Possiamo ad esempio dire che se in Veneto lo 0,23 per cento della popolazione si ammala in un periodo di tempo di otto settimane – a far data dal 21 febbraio – la nostra sanità rischia di andare in crisi. Non una crisi semplice, una crisi tale da imporre a tutta la popolazione di sospendere la sua vita, di smettere di fare quello che stava facendo. Adesso lo sappiamo e sappiamo anche che se lo 0,006 per cento dei Veneti sviluppa una malattia grave nell’arco di otto settimane, i letti nei reparti di terapia intensiva rischiano di finire. Dovremo pur concludere che, malgrado tante rassicurazioni che ci erano state date mentre l’epidemia si abbatteva sulla Cina, non eravamo pronti. Mentre a Wuhan costruivano un ospedale in dieci giorni, qui si è aspettato. Altrettanto chiaramente va detto che la sanità italiana non era pronta ad affrontare l’impatto e che le misure adottate dalle singole regioni sono state diverse, con risultati e numeri diversi, pur in territori simili come Veneto e Lombardia e pur all’interno delle stesse regioni con differenze enormi anche fra singole città: il dramma di Bergamo basti per tutti. La pandemia deve insegnarci qualcosa: noi tutti siamo costretti a stare in casa – ed è giusto farlo –  perché il nostro sistema sanitario, altrimenti, sarebbe collassato. In definitiva perché non siamo in grado di curare – a Vicenza – lo 0,004 per cento dei vicentini se questi si ammalano tutti gravemente nel giro di otto settimane. 

Le conclusioni
Oggi gli esperti, gli scienziati, coloro che si occupano di virologia non hanno certezze. Non sappiamo se, chi si è ammalato di Covid-19 e poi è guarito, abbia guadagnato l’immunità. Il concetto è semplice: se da piccoli avete avuto il morbillo e siete guariti, è praticamente impossibile che vi ammaliate di nuovo di morbillo. E’ invece esperienza comune che, se avete avuto il raffreddore, questo non vi garantisce affatto di non poter prendere un nuovo raffreddore fra un anno o fra un mese. E’ possibile che il nostro corpo sviluppi anticorpi in grado di battere il Covid-19, ma solo per alcuni mesi, così come è possibile che l’eventuale immunità perduri per il resto della vita. Il virus è talmente nuovo che solo l’osservazione nei prossimi mesi potrà dare una risposta. Tutto questo significa che bisogna essere preparati e stavolta per davvero. Passeremo oltre questa emergenza, ma nessuno ci assicura che non si ripresenterà fra sei mesi, un anno. I numeri allora cosa ci insegnano? In primo luogo ci hanno insegnato che, appena possibile, sarà bene comprare una scatola – o anche due scatole – di mascherine, metterle dentro l’armadietto dei farmaci e tenerle pronte assieme ad una confezione di guanti sterili. Ci hanno insegnato che, ai primi segnali di contagio, sarà bene chiudersi in casa, ma ci hanno anche detto che bisognerà rafforzare il sistema sanitario. Per anni molte funzioni sono state delegate ai privati convenzionati, si sono ridotti i posti letto nei reparti ospedalieri, si è arrivati a non poter far fronte a percentuali di ammalati come quelle che abbiamo visto all’inizio. Quando tutto sarà passato, dobbiamo avere memoria e quando il presidente della regione Luca Zaia o il presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte torneranno a farsi vedere in televisione, sarebbe bene che qualche giornalista chiedesse: “Cosa pensate di fare adesso per far entrare giovani medici nelle scuole di specialità, quanta percentuale del Prodotto Interno Lordo pensate sia il caso di destinare alla sanità?” E’ bello che oggi medici, infermieri e personale sanitario siano considerati gli eroi di questa emergenza, ma sarebbe ancora più bello – domani – metterli nelle condizioni di non dover essere degli eroi, garantire loro di poter curare le persone senza dover rischiare la vita (e molti l’hanno già rischiata e sacrificata), assicurare numeri adeguati, mezzi di protezione efficaci e sufficienti per tutti. Questa pandemia non ha avuto numeri straordinari, semplicemente noi non eravamo adeguati ad affrontarla e come noi tutto il mondo civilizzato.

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