22 Maggio 2020 - 10.03

I Colli Euganei ora temono i cinghiali

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Cinghiali e coronavirus.  Tranquilli, non sobbalzate sulla sedia, non c’è alcuna correlazione di carattere sanitario!  I cinghiali non trasmettono il virus di Wuhan, almeno stando alle dichiarazioni dei virologi, ma non per questo la pandemia non ha influito sui problemi collegati alla loro presenza sul territorio.Partiamo dalla notizia che la Confederazione Italiana dell’Agricoltura ha annunciato nei giorni scorsi, vale a dire la ripresa della caccia ai cinghiali tra Este e Baone, nell’area dei Colli Euganei.Si riparte da un numero, ossia quelle 135 catture che rappresentano uno dei record negativi da quando è partito il piano di contenimento ed abbattimento degli ungulati.Le restrizioni conseguente al lockdown  hanno  determinato la sospensione dei servizi di  contenimento,  con la chiusura degli ambiti territoriali di caccia per i selezionatori,  e con  la polizia provinciale impegnata nei controlli stradali per la quarantena.   Di conseguenza le poche catture sono avvenute solo grazie ai chiusini, cioè le trappole mobili. E’ chiaro che il problema non è limitato alla zona di Este e Baone, ma è comune a tutto il territorio veneto, come anche alle altre Regioni italiane.E quel numero di capi abbattuti, 135, diventa una goccia nel mare rispetto all’entità del fenomeno.  La popolazione di cinghiali in Veneto ha superato da tempo le 10mila unità, e le segnalazioni dei danni provocati dalle loro scorrerie  sono ormai una costante. So bene che il tema è di quelli “caldi”, di quelli che eccitano gli animi, a seconda di come uno la pensi.Schematizzando, da una parte ci sono sostanzialmente gli agricoltori, che vedono puntualmente distrutta qualsiasi tipo di coltivazione, e che dopo averle provate un po’ tutte, compresi i recinti elettrici, non sanno più cosa fare se non fare la conta dei danni, protestando con veemenza contro il potere politico e contro chi minimizza il fenomeno.Dall’altra ci sono le associazioni ambientaliste, con posizioni rigide in difesa di qualsiasi tipo di animale, figuriamoci poi se si parla di abbattimenti.Non vanno poi sottaciuti altri “danni collaterali”, che stanno diventando però sempre più pesanti, in quanto questi animali sono la causa anche di numerosi incidenti, spesso gravi, allorchè attraversano le nostre strade.  Da tempo ormai le cronache riferiscono di auto uscite fuori strada dopo aver investito un cinghiale, o di motociclisti volati sull’asfalto dopo l’impatto. Dati gli attori in campo, è facile comprendere come ogni forma di dialogo risulti assai difficile.Anche perchè gli agricoltori sono spinti dall’interesse di non veder vanificato il proprio lavoro, mentre gli animalisti dall’ideologia ambientalista.Non avendo alcuna intenzione di ergerci a giudici in questa diatriba, ci limitiamo a qualche osservazione.Partiamo dall’introduzione o re-introduzione di specie animali in territori da cui erano sparite, od in cui non erano mai state presenti.   Nel caso dei cinghiali, questi grossi mammiferi, assieme agli altri ungulati che popolavano i boschi della nostra pianura, erano scomparsi da secoli dai Colli Euganei, in conseguenza della riduzione delle aree forestali a favore dell’agricoltura, degli insediamenti umani e, naturalmente, della caccia. Sugli Euganei il cinghiale fu reintrodotto illegalmente durante gli anni ’90 del secolo scorso e, grazie alla prolificità tipica della sua specie, ha rapidamente colonizzato tutto il territorio collinare compiendo incursioni persino nei fondivalle e nei centri cittadini, come riferito frequentemente dalle cronache quotidiane. E credo sia ormai ampiamente dimostrato, e quindi innegabile, l’impatto negativo che questo animale ha sull’ambiente forestale e agricolo delle aree comprese nel Parco degli Euganei, dove la devastazione è maggiore perchè interessa culture specializzate come i vigneti doc.Tutto ciò è però nettamente contestato dagli ambientalisti.Secondo gli Animalisti ad esempio, indicare i cinghiali come pericolosi per i cittadini sarebbe solo una strumentalizzazione per coprire gli interessi della lobby dei cacciatori.   Sempre secondo questa corrente di pensiero, gli ungulati sarebbero stati reintrodotti per servire da bersaglio agli “assassini con licenza”, e ad essere reintrodotti non sarebbero stati esemplari tipici della sottospecie italiana, ma altri più grossi e prolifici. Da tutto questo deriverebbe che sarebbero i cacciatori, con i loro giochi sanguinari, i veri responsabili della presenza dei cinghiali, e quindi gli eventuali danni dovrebbero pagarli le associazioni venatorie.Provate un po’ a conciliare queste due tesi, facendo dialogare i relativi sostenitori!Immagino che ognuno di voi abbia la sua idea al riguardo, ma io penso che per tentare di risolvere il problema si debba partire non da una visione “ideologica”, ma da un approccio che tenga conto delle ragioni di tutti. In quest’ottica difendere tout court qualsiasi specie animale, autoctona o meno, presente nel nostro Veneto è illogico, se no ci potremmo trovare a giustificare scorribande, che ne so, di tigri o pantere.Ma poiché il cinghiale qualche secolo fa faceva parte della fauna dell’Italia del Nord, un numero limitato e controllato di esemplari potrebbe essere compatibile e sopportabile anche da un territorio fortemente antropizzato come il nostro Veneto. Ma per fare questo sarebbe necessario mettere in campo la “ragione”, per introdurre il concetto di “corretta gestione” del numero degli esemplari presenti, il che vuol dire fissare per ogni specie animale un “numero sostenibile” di esemplari nei diversi territori.Quindi cercando di rendere compatibili l’indispensabile azione di contenimento degli animali in eccesso, con la protezione di quelli che il territorio può sostenere.Poichè non esiste nessuno con la verità in tasca!   E di conseguenza  oltre agli aspetti naturalistici e di difesa e protezione degli animali, devono essere considerati anche quelli legati alla produzione agricola, al turismo, ed alla sicurezza dei cittadini, e non solo di quelli residenti nell’area degli Euganei. 
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