6 Luglio 2020 - 11.32

Focolaio covid – L’untore veneto e la leggerezza, non solo dell’imprenditore

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di Stefano Diceopoli

Non fosse che sono passati ben 55 anni, la vicenda dell’imprenditore di Sossano, che se esistesse il concorso “Untore veneto” avrebbe buone possibilità di vincerlo, per certi aspetti ripropone le “atmosfere” colte dal grande regista Pietro Germi nel film “Signore e Signori”.

Certo siamo ben lontani dalla satira piccante di Germi, che rappresentò una finestra su certa borghesia di provincia, agiata ed ambigua, con i suoi pettegolezzi ed i suoi tradimenti sempre ben nascosti sotto una ostentata moralità.

Certo il Veneto, e la Treviso raccontata nel film, è ormai un mondo diverso. La Dc non c’è più, la Chiesa cerca faticosamente di adeguarsi alle nuove esigenze della società, il costume e la morale di quel tempo sono profondamente mutati.

Il Veneto del terzo millennio, ma le cose avevano già iniziato a cambiare già ai tempi di “Signore e Signori” ha altri valori: la velocità, i social, i soldi, la globalizzazione. Ma in fondo in fondo, grattando la superficie, ci si accorge che qualcosa è rimasto nell’anima di una certa provincia veneta, e nella vicenda del nostro imprenditore vicentino, di cui ometto le generalità, anche se ormai sono state svelate su tutti i media, si riconoscono certi tratti che pensavamo ormai scomparsi.

E per capire quali siano questi tratti basta ripercorrere la vicenda, che domenica un quotidiano sintetizzava con il titolo azzeccato di: “Sesso, bugie e Medjugorje”. Non so voi, ma fin dall’inizio della vicenda c’era qualcosa che mi sfuggiva, che non mi quadrava, nel senso che la narrazione, lo sviluppo dei fatti presentava, per usare un eufemismo, qualche “lacuna”, qualche “buco”, qualche “reticenza”. Per farla breve, si ravvisavano nelle parole di alcuni dei protagonisti della vicenda dei “non detto” che rendevano la narrazione poco “scorrevole”.  Soprattutto per quanto riguarda le dichiarazioni di una donna cinese, presentatasi in un secondo momento all’ospedale di Schiavonia con chiari sintomi da coronavirus, che ha sì spiegato di essere entrata in contatto con l’imprenditore, ma senza voler entrare nei dettagli della natura del contatto, e della sua professione: in pratica raccontando ai sanitari un sacco di balle. Con il passare dei giorni le nebbie si sono alquanto “dipanate”, ed ora cosa sia successo sembra abbastanza chiaro. Allora, il 24 giugno il nostro imprenditore, alias “paziente zero”, titolare di un gruppo con 400 dipendenti in Italia e all’estero, si reca in Serbia in compagnia di due collaboratori e di un amico per una visita alla locale filiale dell’azienda.  Nelle poche ore di permanenza il nostro capitano d’industria si becca il Covid 19, forse da un settantenne locale che risulterebbe già morto, ma senza pensarci su si mette in auto e ritorna alla base a Sossano assieme agli altri. A questo punto sembrerebbe inserirsi la signora cinese, che ha sicuramente avuto contatti con qualcuno del “gruppo” (secondo la ricostruzione dei sanitari proprio con l’imprenditore), ma di quali contatti si sia trattato non è dato sapere, e forse ci vorrebbe Pietro Germi per spiegarceli, dato che secondo un quotidiano veneto si tratterebbe di una “massaggiatrice” attiva nel padovano, dove avrebbe già rimediato qualche denuncia per sfruttamento della prostituzione.

Per onestà di cronaca va riferito che, proprio stamattina, la nostra signora cinese in una intervista ad un altro quotidiano veneto respinge tutte le illazioni, chiarendo che lei non fa “massaggi, e che, in qualità di amica del paziente zero, lo ha semplicemente accompagnato in auto al Pronto Soccorso di Noventa Vicentina.

Fatto sta che il giorno 26, dopo i  “presunti massaggi”, la “comitiva“ si rimette in macchina e riparte, questa volta con destinazione Bosnia-Erzegovina, e precisamente Medjugorje, località nota per  le apparizioni della Madonna.

A voler essere maligni, si potrebbe pensare che, dopo i peccati della carne, sempre che ci siano stati, un po’ di penitenza ci stia bene, e quale posto migliore di Medjugorje per ritemprare lo spirito nel misticismo mariano?

Al ritorno alla base, siamo al 27 giugno, il nostro imprenditore  comincia ad avere qualche disturbo, non ha appetito, ha dolori diffusi, ed il termometro segna 38 gradi.

Qualunque persona di buon senso, di questi tempi, ed al rientro da due viaggi nei Balcani, qualche domanda avrebbe dovuto porsela.

Ma figuriamoci!   

Il nostro Superman partecipa ad un funerale, va al lavoro in fabbrica, al bar, e per non farsi mancare nulla anche ad una bella festa cui partecipano circa 100 persone. Io credo che stia proprio qui la vera “colpa” del nostro paziente zero, perché se una sottovalutazione di certi sintomi poteva essere scusabile a fine gennaio,  non lo è più dopo quello che è successo nei mesi successivi.  Adesso diventa incoscienza e poco rispetto per la salute degli altri nel migliore dei casi, reato di epidemia nel peggiore (art. 438 codice penale). Incoscienza che si ripropone il giorno 28, quando a fronte dell’aggravarsi dei sintomi l’imprenditore si rivolge al Pronto soccorso di Noventa Vicentina, dove viene certificata la positività al Covid-19 e disposto il trasferimento in ambulanza all’Ospedale di Vicenza, ma qui giunto il soggetto rifiuta il ricovero, firma la dimissione volontaria e torna a casa.

Ed in questo passaggio si sarebbero manifestati atteggiamenti arroganti ed irrispettosi nei riguardi del personale sanitario che cercava di convincerlo dell’opportunità di affidarsi alle cure del nosocomio.

E c’è voluto l’impegno del Sindaco di Sossano per persuaderlo a ricoverarsi, ma soprattutto a collaborare con la autorità sanitarie, fornendo loro i dati necessari per il tracciamento delle persone venute in contatto loro malgrado.

Già perché fino ad allora non si può proprio dire che l’imprenditore si fosse distinto per spirito collaborativo, viste le reticenze ad indicare il terzo compagno di viaggio, l’identità della “massaggiatrice”, e le persone incontrate alla famigerata festa.

Alla quale, per inciso, fino ad una certa ora ha partecipato anche il noto giornalista Giuseppe Cruciani, a quanto sembra molto “gettonato” dalle donne presenti, che si sono fatte fotografare assieme, postando poi le istantanee su Istagram.

Non credo siate particolarmente ansiosi di sapere se anche “Mister me ne frego” sia finito in isolamento precauzionale, ma sembra che sia lui che il giornalista Alberto Gottardo, spesso suo partner alla trasmissione “La zanzara” siano risultati negativi a tampone e test sierologico.

E siamo così arrivati, al momento, alla fine della vicenda, con l’imprenditore finito in terapia intensiva in condizioni piuttosto gravi, e 117 persone in isolamento cautelare.

Ma ci sono anche altri aspetti da considerare.

Ricorderete che abbiamo già riferito dell’ arrabbiatura di Luca Zaia nel punto stampa di venerdì 3 giugno, nella quale era arrivato a parlare di Trattamento Sanitario Obbligatorio e ricovero coatto.

Qualcuno ha trovato eccessiva questa posizione del Governatore, ma non il figlio quarantenne del nostro imprenditore, che ad un quotidiano nazionale avrebbe dichiarato: “Ha ragione Luca Zaia, il governatore. Ha ragione quando dice che serve il Tso per chi è positivo e rifiuta il ricovero. Curarsi è un dovere nei confronti della comunità, non si può rischiare di contagiare altre persone.  E così ha continuato anche a lavorare, incontrare persone, fino a quando il ricovero non poteva più essere evitato: ora è in terapia intensiva. Al suo comportamento non trovo alcuna giustificazione logica. E pensare che papà all’inizio era molto attento a ogni forma di prevenzione… Ad ogni modo ha sbagliato, e questo non si discute “.

Parole certamente non facili da pronunciare soprattutto perché rivolte a suo padre, ma che mostrano un ottimo livello di consapevolezza e di senso civico.

Ma ad intrigare ulteriormente la vicenda, tingendola quasi di toni gialli, ci pensa il fratello del manager che, sempre allo stesso giornale avrebbe dichiarato:  “Il viaggio d’affari di cui ho letto sulla stampa non esiste, non ha niente a che vedere con gli impegni dell’azienda”. Parlando quindi di “una trasferta privata di cui non ero al corrente e della quale non so niente né posso dire niente”.

Forse prima o poi verremo a sapere anche i motivi della gita in Serbia, ma solo per curiosità, perché ai fini del contagio non aggiungerebbe nulla.

Resta aperto il discorso di queste “feste” con grande partecipazione di invitati, che per il clima in cui si svolgono possono rappresentare occasione di  allentamento delle precauzioni, e quindi di contagio.Di primo acchito verrebbe da dire di vietarle.  Cosa più facile a dirsi che a farsi, perché nel momento in cui si è di fatto deciso di aprire tutto, diventa difficile fare dei distinguo nei confronti solo di un certo tipo di appuntamenti. Come abbiamo già sottolineato il problema non sta nelle feste in sé, ma nei comportamenti di coloro che decidono di partecipare.  Spiace dirlo in maniera cruda, ma in presenza della riapertura delle frontiere anche con Paesi come quelli balcanici in cui l’epidemia è ancora in crescita, e di focolai che si stanno riaccendendo in varie parti del territorio veneto, l’unico comportamento adeguato è la prudenza, oserei dire diffidenza, anche nei confronti dell’amica o dell’amico di sempre, dell’imprenditore di successo, del personaggio dello spettacolo, del politico di turno. 

Perché non si può mai sapere chi questi abbiamo frequentato, o dove siano stati nei giorni precedenti, per cui nel dubbio…..meglio non farsi i selfie, mantenere la distanza di almeno un metro (meglio due), o se uno vuole stare sul sicuro, evitare questi assembramenti sostituendoli con incontri meno rischiosi. 

Lo so che può sembrare brutale, ma di questi tempi non esiste il concetto di “eccesso di cautela, e quindi è consigliabile di non attribuire a nessuno la “presunzione di buona salute”.

A maggior ragione a uomini e donne che, come le circa 90mila badanti presenti in terra veneta,  provengono da Paesi come Romania, Ucraina e Moldova, che per garantire la loro salute e quella dei nostri anziani sarebbe bene venissero sottoposte a tampone obbligatorio. Ma parimenti va risolto con chiarezza il problema dei rientri degli italiani dall’estero, soprattutto da Paesi extra Schengen, con regole certe, e obbligo di comunicazione alle Autorità.   Lo so che è macchinoso, ma rincorrere i contatti dopo un eventuale contagio lo è forse di più. E nei casi di palesi violazioni delle regole, frutto di imperdonabili irresponsabilità, bisogna avere la forza di dare l’esempio, applicando con rigore le norme penali.

Tornando a dove siamo partiti, se non si fosse ai tempi del Covid-19, vi ho già detto che il ritratto della provincia veneta che si ricava da questa vicenda somiglia un po’ a quello descritto da Pietro Germi in “Signore e Signori”.  In fondo gli ingredienti ci sono tutti, la laboriosità degli imprenditori, certe “digressioni” con specialiste in massaggi, le chiacchiere da bar, la religiosità esteriore, certa opulenza che si trasforma in delirio di onnipotenza, sfrontatezza e mancato rispetto delle regole.

Ma nel film di Germi si parlava di corna, che si dice facciano male solo a chi le porta; nella nostra vicenda si tratta di virus, di contagi, di terapie intensive, di isolamento domiciliare.  La vera differenza sta tutta qui!

Stefano Diceopoli

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