6 Agosto 2020 - 10.17

Estate, quando si ballava attorno al “giubbòcs”

Forse solo i nati nel nuovo millennio non ricordano la mitica situation commedy “Happy Days”, che spopolò fra gli anni ‘70 ed ’80, e che raccontava le avventure quotidiane della famiglia Cunningham, e del personaggio che più di altri incarnava gli anni della “golden age” degli Stati Uniti del dopoguerra: Fonzie.
Ma c’era un altro coprotagonista indimenticabile di quelle storie, il jukebox, sempre presente nelle scene del mitico locale Arnold’s, dove si ritrovavano Fonzie ed i suoi amici.
Come dimenticare Fonzie quando esibiva il suo fascino alla Elvis Presley servendosi di quella mitica music box per fare palpitare il cuore delle spasimanti? Come dimenticare il gesto con cui all’occorrenza colpiva con un tocco compiaciuto ed ammiccante il jukebox facendo partire una canzone?
Certo sono ricordi di un altro mondo, e mi rendo conto quanto sia difficile, se non impossibile, per ragazzi d’oggi anche solo immaginare cosa rappresentò quel “macchinario sonoro”, simbolo di aggregazione e divertimento, attorno al quale nascevano amicizie ed amori.
C’era un po’ di magia in quella irresistibile “macchina musicale”, nata negli Usa addirittura nel 1927, ma approdata in Italia solo dopo la guerra, in quei magici anni 60 che hanno visto la ripartenza, il “miracolo economico”, del nostro Paese.
Una magia che solo i meno giovani, consoliamoci così, possono rammentare.
Perchè non era solo questione di canzoni, ma anche del rumore della moneta che cadeva nell’apposita fessura, il clank clank della meccanica che si muoveva per selezionare il disco, il fruscio dei 45 giri in vinile suonati decine e decine di volte in un giorno. Il tutto accompagnato dalle luci colorate, dalla consolle in cui erano esposti i “cartoncini” che individuavano i brani musicali sulla base di una lettera e di un numero. Come nella battaglia navale!
Era quello il fascino che provavi non appena ti mettevi davanti al jukebox scorrendo con lo sguardo quei “cartoncini”, quello della ricerca della “tua” canzone, magari quella che non era in testa alle classifiche in quel momento, magari quella che ti evocava i ricordi di una qualcosa o di un qualcuno.
Nel jukebox la musica la si ascoltava, ma anche la si guardava, con un fascino inarrivabile rispetto agli attuali sistemi di riproduzione.
C’è da dire che gran parte del successo del jukebox era dovuto alla musica trasmessa dalla radio, che invogliava le persone ad ascoltare le proprie canzoni preferite ovunque, in qualunque locale di qualunque località.
Non ci sarebbe stata l’esplosione del fenomeno jukebox senza trasmissioni che sono a ragione iscritte nella storia e nel mito della radio.
E parlo di “Hit Parade”, di “Bandiera gialla”, di “Per voi giovani”.
La prima puntata di Hit parade, presentata da Lelio Luttazzi, venne trasmessa il 6 gennaio 1967, e fino al 1976 tutti i venerdì all’ora di pranzo presentò la vetrina settimanale dei dischi più venduti, diventando un appuntamento fisso per milioni di italiani.
Analogamente divenne un fenomeno di costume “Bandiera Gialla”, in cui ogni sabato pomeriggio alle 17,40 sul secondo programma Rai il duo Gianni Boncompagni e Renzo Arbore presentava le novità discografiche provenienti soprattutto da Gran Bretagna e Stati Uniti, senza tuttavia trascurare i gruppi ed i solisti italiani dell’ondata beat.
Seguendo il successo di Bandiera Gialla Renzo Arbore presentò verso la fine del 1966 un’altra trasmissione dedicata alla musica giovane, appunto “Per voi giovani”.
Con il senno di poi ci si rende conto dell’importanza di queste trasmissioni per sdoganare gruppi o cantautori tipo Fabrizio De Andrè o Francesco Guccini, o i Nomadi, e tanti tanti altri che senza quel traino avrebbero faticato ad arrivare al grande pubblico.
Capisco bene che di questi tempi, in cui basta aprire lo smartphone e cliccare su You Tube per avere a disposizione l’intero universo della musica, sembra quasi ridicolo ripensare a quegli anni in cui tutti noi adolescenti alle 13 di ogni giorno, ed il sabato alle 17,40, ci appartavamo con la nostra radio per ascoltare le classifiche dei 45 giri più venduti, e le novità di tendenza di oltre oceano. Sottolineo ci appartavamo, perchè non è che le nuove mode musicali fossero molto apprezzate dai nostri genitori, che erano usi commentare queste nostre passioni con frasi del tipo “ma cosa perdito tempo a scoltare quei quatro ebeti coi caveji longhi! Qualcuno sostituiva il termine ebeti con “onti”.
Ma in quegli anni era così, ed ho scoperto che queste trasmissioni dedicate ai giovani erano pre-registrate dalla Rai perchè sottoposte a censura preventiva (sic!).
Chiara quindi la funzione trainante della radio, che spiega l’imponente diffusione del jukebox, vera rivoluzione sociale ma anche musicale; perchè per la prima volta si potevano scegliere ed ascoltare le canzoni preferite in ogni luogo, dal bar sotto casa a quello in riva al mare, per di più potendoci ballare attorno.
Nacque così un sistema musicale che caratterizzò quei due decenni del secolo scorso, e che si trasformò in breve in una straordinaria macchina economica e commerciale.
Un fenomeno “democratico”, che coinvolgeva tutte le classi sociali, e accomunava gli appassionati della musica rock e beat con quelli che apprezzavano la musica melodica, che magari tramite un disco pensavano di trovare l’anima gemella.
Già, perchè in quelle “scatole magiche” trovavano spazio sia i Beatles e i Rolling Stones che Mina o Fred Bongusto.
Fu come al solito la Riviera adriatica, dove si concentravano le vacanze estive di tante famiglie italiane, a guidare la carica di questo nuovo modo di sentire la musica.
Una musica tutto sommato a poco prezzo, perchè con una moneta da 50 lire (all’ arrivo dell’euro mancavano 30/40 anni) si poteva ascoltare una canzone a tutto volume, ma con 100 lire i brani diventavano tre, un tempo un po’ più lungo per tentare di attirare l’attenzione di una ragazza.
E ricordo scene inarrivabili davanti al jukebox, soprattutto quando una persona meno giovane (allora definita con l’orribile termine di Matusa) selezionava un disco di un cantante melodico, sollevando le critiche, i fischi e le proteste dei teenager presenti.
Come accennato, le canzoni si sceglievano ovviamente fra quelle presenti in pancia al jukebox, solitamente 50/100 dischi in vinile a 45 giri, premendo una pulsantiera composta da lettere e numeri.
Inutile dire che gli affari del gestore del locale andavano meglio quanto più “dava il giro” ai dischi, aggiornandoli con le ultime novità imposte appunto dalle classifiche di Hit Parade.
E quelli erano anni di un’accanita produzione di nuovi brani musicali, per cui le novità erano pressoché quotidiane. Ecco perchè i gestori erano interessati a che il proprio jukebox fosse sempre allineato con le ultime tendenze, perchè questo voleva dire fare maggiori incassi.
E visto che parliamo di effetti economici, come non ricordare che la diffusione di tanti jukebox in Italia, accompagnata da un travolgente successo di pubblico, diede l’idea ad un certo Vittorio Salvetti di dare vita ad un concorso annuale, il Festivalbar, basato sulla rilevazione delle preferenze musicali del pubblico attraverso gli ascolti rilevati dalle apparecchiature presenti nei bar di tutta Italia. Dal 1966 ogni anno, nella sede storica dell’Arena di Verona, veniva incoronata la canzone vincitrice sulla base delle “gettonature” nei jukebox.
Ma quelli erano anche gli anni del “Cantagiro”, nato nel 1962, con una formula che presa a modello dal Giro d’Italia, che in pratica consisteva in una carovana canora in giro per l’Italia con diversi cantanti che gareggiavano tra loro, valutati da giurie popolari scelte tra il pubblico delle varie città. Ogni sera veniva individuato il vincitore di tappa, con un vincitore finale proclamato all’ultimo appuntamento, per un quinquennio tenutosi a Recoaro Terme.
Erano entrambe manifestazioni che si coniugavano decisamente con le vacanze; sole, mare, belle ragazze e bei ragazzi, tanta musica sparata dai jukebox.
Ed entrambe divennero la colonna sonora dell’estate italiana, contribuendo ad ingigantire il fenomeno jukebox dalle città ai piccoli paesi.
A proposito, io sono nato in un piccolo paese del padovano, e se chiudo gli occhi ricordo ancora l’American Bar (nome evocativo), il locale in cui trascorrevo parte del tempo libero con altri miei coetanei.
Entrando, a destra in un angolo c’era il flipper; in mezzo a due porte per qualche anno il jukebox, per finire in fondo alla sala con due biliardi. Mancava il calciobalilla, perchè era visto come un passatempo da oratorio.
In fondo erano i “social” di allora, che davano il sapore a quegli anni giovanili, assieme comunque alla “compagnia” di tanti amici. Si aveva poco, sicuramente meno di adesso, ma anche un jukebox faceva la differenza. E poco importa se il suono era un po’ imperfetto, stridente, per via di quel disco che iniziava a prendere velocità e che poi via via accelerava.
Il progresso tecnologico che aveva determinato la fortuna del jukebox fu anche quello che ne decretò la fine. I lettori portatili e gli Mp3 innescarono la parabola discendente senza ritorno del jukebox, iniziata a metà degli anni 70, fino alla definitiva scomparsa alla fine degli anni 80. Dispositivi senza dubbio molto più evoluti per qualità del suono, ma che essendo utilizzabili da una sola persona alla volta cancellarono quella socialità che catterizzava il “giubbòcs”, secondo la pronuncia allora più comune.
Ora che i colori sono un po’ sbiadirti nei nostri ricordi, le luci spente ed i dischi fermi, ora che non ci sono più le 50 o le 100 lire da inserire nella fessura, sarebbe bello soffiare via la polvere dagli ultimi esemplari rimasti, per riscoprire il fascino di quelle “macchine sonore” che segnarono un’epoca.
Perchè il juke box rimane il jukebox, e nessuna nuova apparecchiatura potrà prenderne il posto nella storia.
Umberto Baldo

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