20 Aprile 2020 - 9.20

Emergenza Calcio

Non è solo calcio. Sicuramente i campioni del pallone ed i loro procuratori risentiranno poco della crisi dovuta all’emergenza sanitaria da COVID-19 godendo dei privilegi accumulati negli anni grazie a ricchi ingaggi, a volte sproporzionati, alimentati inconsciamente da tutti noi.

Ma ricordiamoci che il sistema calcio costituisce un importante fattore per la crescita economica interna, ecco perché sembra vitale la ripresa almeno del campionato di serie A, trovate le giuste formule e le giuste precauzioni sanitarie.

Dietro c’è un’industria che movimenta masse enormi di soldi, a volte anche di “fumo” attraverso le plusvalenze, che non si traduce nei 90 minuti di gioco previsti per la partita, incidendo in maniera importante nella crescita del PIL italiano.

Pochi esempi per far capire l’entità del movimento. Ricordiamoci cosa significa andare a vedere una partita, il movimento di persone che si spostano e consumano, i diritti televisivi collegati alle pay­-tv, le scommesse più o meno lecite con i relativi introiti a favore dello Stato, il commercio di vario materiale sportivo ma non solo, senza dimenticare tutto l’apparato burocratico formato da calciatori, allenatori, dirigenti e personale amministrativo che vive grazie al calcio.

Si stima che il calcio possa contribuire con una percentuale pari al 7% alla crescita del PIL, garantendo un’occupazione lavorativa ( qualificata e non ) a quasi 250 mila persone, con entrate fiscali di cui può beneficiare l’Erario pari quasi a 9 miliardi annui.

Il calcio è la terza industria in Italia, terza o quarta al mondo per quanto riguarda l’indotto. Ad oggi senz’altro ci sono enormi esagerazioni, soprattutto sui costi dove la voce grossa la fanno gli stipendi dei giocatori, parlando ovviamente della serie A e non delle categorie minori dove per esempio in Lega Pro un buon professionista arriva a guadagnare poco più di un impiegato. Di conseguenza l’unica maniere immediata e subito impattante per cercare di salvare questo mondo, sarà quella finalmente di ridurre anche in maniera drastica questa voce, poiché nulla sarà più come prima, tutti avranno preso come abitudine una minor spesa ed un minor consumo.

Soprattutto in Italia, il calcio, non è solo una passione forte e trainante che a volte aggrega ed a volte separa. E’ un business, un industria che genera gettiti ed introiti stratosferici, una delle più importanti aziende per lo Stato.

Quindi al di là dei facili e per certi versi corretti populismi nei confronti di questo mondo, se l’emergenza sanitaria con la cura dei tantissimi malati è la priorità, non sono da sottovalutare i danni economici che il COVID-19 sta apportando anche al mondo del pallone, con un conto finale che rischia di essere salatissimo un po’ per tutti.

Una fabbrica senz’altro non tra le più indispensabili, che rappresenta pur sempre un settore industriale da miliardi di euro, quasi tre senza contare l’indotto, con parecchie famiglie che trovano motivo di sostentamento, e con importanti contribuzioni allo Stato attraverso tasse e contributi.

Interventi da fare per salvare la base della piramide fatta da quelle persone anonime e che rischia di scomparire con le inevitabili conseguenze sociali, di sicuro non per salvare la punta della piramide costituita dai multimilionari destinati, si spera, ad essere ridimensionati.

Non ragionare in questi termine sarebbe miopia, come ricorrere al mai sopito vizio italico di lanciare un sos disperato verso la Cosa Pubblica quando lo scenario sembra irreversibile. Non salvare con interventi mirati il mondo del pallone, facendo contemporaneamente pulizia degli eccessi, sarebbe un clamoroso autogol e l’ennesima dimostrazione di incapacità amministrativa dei nostri governanti.

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