28 Gennaio 2020 - 11.31

ELEZIONI EMILIA – Salvini ‘scorla el pèraro’ fra Sardine, sondaggi inattendibili e M5S ‘irrilevante’: cosa accadrà?

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di Stefano Diceopoli

Non si può certo dire che il “Capitano” non ci abbia messo la faccia! E pure troppo!

Dopo una cavalcata lunga due anni, dopo aver inanellato una vittoria dietro l’altra, dopo aver conquistato “terre ostili” come l’Umbria, dopo aver conquistato una dopo l’altra  ben 11 regioni  dall’inizio della Legislatura, l’Emilia Romagna aveva assunto l’immagine della “Terra promessa”, dove il guerriero avrebbe potuto tirare il fiato, prima di continuare la sua galoppata verso Firenze, Bari, Ancona, Napoli.  

Già perché se pensate che sia finita qui vi sbagliate.  Di fatto è già aperta una nuova campagna elettorale per il rinnovo dei Consigli regionali di Toscana, Puglia, Marche, Campania.  Si vota in primavera anche nel nostro Veneto ed in Liguria, ma qui Salvini dovrebbe giocare in casa.

Le ha provate tutte Salvini per piantare la bandiera della Lega nel Palazzo della Regione Emilia Romagna, forse confidando in  una vittoria facile partendo da quel 33,7% ottenuto alle Europee del 26 maggio 2019.

Si è di fatto stabilito in Emilia Romagna, si è fatto fotografare fra prosciutti, culatelli e forme di parmigiano-reggiano, lo abbiamo visto davanti a tortellini  e tagliatelle, ha battuto a tappeto Città, Paesoni e Paesini imponendosi un ritmo anche di 10 appuntamenti al giorno.

No, non si è risparmiato, prendendo talvolta anche iniziative “discutibili” come quella della “citofonata” ad un marocchino sospettato di spaccio. 

Ma non è bastato!

L’Emilia Romagna si è dimostrata nei fatti, anche perché ben amministrata, un muro su cui si sono infranti i sogni di gloria della Lega. 

Ma non dobbiamo pensare che per Salvini sia stato tutto inutile, ammesso che in politica ci siano passaggi inutili.

Il Capitano è riuscito a “scorlare el pèraro” come si dice dalle nostre parti, ad impaurire la sinistra emiliano-romagnola,  a rendere “contendibile” la Regione rossa per eccellenza, ad alimentare il sogno di dare lo sfratto al Governo Conte2, ad imporre una visione delle elezioni come una sorta di referendumfra la Lega e l’Esecutivo giallo-rosso.

Non ha vinto, anche perché gli “anticorpi” messi in campo dagli avversari alla fine si sono dimostrati vincenti. 

E nel futuro dovrà tenere ben presente una lezione di Machiavelli, che raccomandava al “principe” di non irridere o ferire l’avversario se non si ha forza di azzerarlo, pena gravi conseguenze.

Ritengo non ci siano dubbi che, accusato e smaltito il colpo, Salvini riprenderà la sua strada fatta di comizi, tweet e talk show, anche perché sono le cose che gli piacciono di più, e nelle quali obiettivamente riesce meglio.

Ma, come sempre avviene in politica, una sconfitta, o se preferite una “battuta di arresto” qualche conseguenza la porta sempre.   E per Salvini questo vuol dire dover ricontrattare il suo ruolo-guida del centro destra con Berlusconi, ma soprattutto con l’arrembante Giorgia Meloni, i cui dati elettorali sono costantemente in crescita.    Servirà una “riequilibratura” fra questi partiti, come avviene per le gomme delle nostre auto, e forse qualcuno nelle ridotte del nord, compreso il Veneto, gli chiederà di abbandonare la prassi dell’ “Uomo solo al comando”, a favore di una gestione un po’ più “collegiale”.

Ma queste elezioni regionali suggeriscono anche altre riflessioni.

Innanzi tutto i sondaggi.

Sappiamo tutti che i sondaggi, come si usa dire, vanno “presi con le molle”, ma stavolta, forse anche in conseguenza della polarizzazione imposta da Salvini, si sono rivelati piuttosto inattendibili rispetto a quelli che sono poi stati i dati “reali”.

Elezione dopo elezione i sondaggisti sembrano non essere più in grado di cogliere con i loro numeri quello che cova veramente nel cuore della gente, di non riuscire più a far emergere ed interpretare l’ampiezza e la profondità dei cambiamenti politici.

Fu così nel 2013 e nel 2018, quando i sondaggi sottostimarono di molto il risultato del Movimento 5 Stelle. Ma la stessa cosa avvenne sempre nel 2018 relativamente all’exploit della Lega, e nel 2014 nessuno previde il 40% ottenuto da Matteo Renzi alle Europee. 

Forse dipenderà dal ruolo che sempre più stanno acquisendo i social media, fatto sta che i sondaggisti dopo aver dato per tutta la campagna elettorale Bonaccini sempre avanti di un poco, nell’ultima settimana hanno registrato un’avanzata della Borgonzoni, e addirittura il sorpasso.

A voler pensare male, si potrebbe ipotizzare che certi sondaggi siano quasi finalizzati ad orientare gli elettori, ma noi preferiamo pensare che semplicemente la macchina della rilevazione si sia un po’ “inceppata”, per cui nel futuro sarà bene non fare troppo affidamento sulle cosiddette “intenzioni di voto”.

C’è poi la questione del crollo del Movimento 5 Stelle.

Di fronte alla polarizzazione imposta dal Capitano, la teoria di Di Maio di un Movimento 5 Stelle come “ago della bilancia” si è infranta sui numeri.

I dati sono impietosi, e mostrano un Movimento ormai condannato all’irrilevanza, sia in quell’Emilia che fu la culla dei pentastellati, sia in quella Calabria dove alle politiche avevano oltre il 40%.

Il Movimento paga il fatto che la grande promessa di “rivoltare la politica come un calzino”, e di “aprire il Parlamento come una scatola di tonno”, alla prova dei fatti marciava sulle gambe di una classe dirigente culturalmente debole, impreparata, e che una volta accomodatasi sugli scranni del Parlamento e dei Ministeri, ha mostrato anche le meschinità personali tipiche della classe politica italiana, fra anatemi, espulsioni, denigrazioni, lotte correntizie.

E molto probabilmente gli italiani si stanno rendendo conto che l’ onestà” da sola non è un fine, bensì una pre-condizione per ben governare.  E che per guidare un Paese moderno servono idee chiare, e soprattutto la capacità di dire anche dei “si”.  Con i “NO tav”, con i “NO vax”, si resta all’opposizione se va bene, e se va male alla fine si sparisce dalla scena politica. Come accaduto appunto in Emilia Romagna ed in Calabria in queste elezioni, in cui sembra che resteranno fuori dai due Consigli Regionali addirittura i due capilista.

Cosa succederà adesso all’interno del Movimento è difficile da ipotizzare, ma l’esperienza insegna che non basta certo un Congresso, o Stati Generali come i grillini preferiscono definirlo, a ridare vita ad un partito che sembra aver imboccato la via del definitivo declino. 

Certo che questa tornata elettorale mostra impietosamente un Movimento 5 Stelle nettamente sovra rappresentato in Parlamento rispetto ai consensi che riesce ad intercettare nelle urne. 

Se fossi il Presidente Conte sarei fortemente preoccupato da questo ridimensionamento pentastellato.  Perché è chiaro che non avere più nella compagine governativa il capo politico del Movimento rappresenta un problema, esponendo ad un continuo confronto con certe ali radicali, o meno filo governative, dei 5Stelle, che si aggiungerebbero ai distinguo di Renzi.

E le sardine?

Si è detto giustamente che se Bonaccini avesse perso, le “sardine” sarebbero sparite dalla scena, improvvisamente come vi si sono affacciate.

Ma di fronte ai dati non c’è dubbio che i fondatori del Movimento “ittico” hanno dimostrato un fiuto politico di prim’ordine, capendo che per motivare un popolo fiaccato, ma evidentemente non ancora rassegnato, bastava riattivare le piazze.  Senza avere uno straccio di programma, senza indicare nessun’ altra idea se non quella di “fermare Salvini” , Mattia Sartori e gli altri ragazzi hanno saputo risvegliare quel “popolo di sinistra in stand by”, ridandogli un obiettivo, una dignità, un orgoglio.

Ed il risultato è stato la vera e propria impennata di partecipazione, quasi raddoppiata rispetto alle precedenti elezioni.

Sicuramente a portare gli elettori a fare la fila ai seggi ha contribuito alla grande anche il tentativo martellante di Salvini di trasformare le elezioni in un referendum sul Governo, ma non c’è dubbio che la mobilitazione delle sardine ha avuto un’importanza fondamentale. 

Anche il futuro delle sardine è avvolto nelle nebbie.  Ad urne chiuse, incassati i doverosi ringraziamenti di Nicola Zingaretti, hanno annunciato di non voler più apparire in Tv o sui giornali, riprendendo a parlare solo attraverso Facebook.

Si sono dati appuntamento a Scampia, per decidere il loro futuro.  Se fonderanno un ulteriore Partito politico non è dato sapere, e non so se sia da augurarselo, ma credo che se l’obiettivo è quello di dar vita  ad un Movimento “fluido” come sono stati i 5Stelle degli inizi, non sia di facile attuazione. 

Avrete capito che l’Emilia Romagna ha marginalizzato il voto della Calabria. 

Obiettivamente lì i temi erano molto diversi, e le urne hanno semplicemente confermato quello che si sapeva da tempo, cioè che il centro destra avrebbe vinto la partita.  

Ma questo non deve portare a banalizzare l’ “enorme” risultato della neo Presidente Jole Santelli , che ha ottenuto il 55,7%, contro il 30,3 del candidato della sinistra Filippo Callipo. 

Calato il sipario, posatasi la polvere, il carrozzone elettorale guarda già alle prossime sfide elettorali della primavera.

E il Governo? 

Anche qui ci vorrebbe la sfera di cristallo.  Per alcuni  osservatori la vittoria del Pd in Emilia Romagna rafforza l’Esecutivo giallo-rosso; altri prevedono tensioni fra i Dem che potrebbero cercare di trarre vantaggio dai buoni risultati elettorali, ed un Movimento 5 Stelle frastornato dalla sconfitta ed in crisi di leadership.

Per quanto mi riguarda io credo che non ci saranno elezioni anticipate.

E non per chissà quali disegni  od alchimie politiche.   Semplicemente perché è difficile convincere i Parlamentari a “chiudere bottega”, in quanto molti di loro sanno già che dovranno tornare a lavorare, ammesso che un lavoro ce l’avessero.  Certi numeri attuali sono irripetibili non solo per i 5Stelle, ma anche per Forza Italia ad esempio, ed i seguaci di Renzi forse qualche dubbio ce l’hanno anche loro.

E poi ci sono le nomine, con quella che le vale tutte, il Presidente della Repubblica.   Pur di non lasciarla a Salvini ed al centro destra è probabile siano disposti a qualsivoglia compromesso. 

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