16 Agosto 2019 - 18.29

Elezioni ad ottobre: chi ha paura del voto?

Se non si avesse il dubbio di vivere una colossale puntata di “Scherzi a parte”, in cui vittime sono tutti gli italiani, si potrebbe essere tentati di pensare che il prossimo 20 agosto sia una di quelle date che passeranno alla storia.

Non sarà così.  Il 20 agosto 2019 non si aggiungerà, solo per citarne un paio, né alle mitiche Idi di marzo del 44 a.C, né al 14 luglio 1789, data di inizio delle Rivoluzione francese.

Sarà uno dei tanti, troppi, passaggi della storia politico/parlamentare della giovane Repubblica Italiana, in cui probabilmente verrà confermata e sublimata la scarsa propensione della classe politica nostrana a ricorrere alle urne, preferendo gli “accordi”, meglio i ribaltoni, raggiunti nelle segrete stanze dei palazzi romani.

A parole tutti i Partiti, nessuno escluso, dichiarano di non temere il “giudizio degli elettori”; alla prova dei fatti si scopre che la tendenza è quella di trattare gli italiani come bambini, che devono essere protetti dal male, di fatto considerandoli incapaci di fare le giuste scelte per il futuro del Paese.

E se i cittadini, che restano sempre il “cuore della democrazia”, sono degli scapestrati che votano un “barbaro” che non piace all’establishement ed al “generone” romano”, ecco la necessità di mettere in campo la “responsabilità”, che a voler essere maliziosi si può tradurre con la volontà di continuare a sedere sugli scranni del Parlamento.  Perché fare i deputati ed i senatori sarà magari anche impegnativo, faticoso mi sembra una parola eccessiva, ma è tanto bello vedere l’accredito a fine mese di 10.000 e più euro, viaggiare gratis in prima classe, sentirsi appellare con la parola magica di “onorevole”.

Nel 2010 venne criminalizzato ed ostracizzato l’on. Scilipoti, che abbandonando l’Italia dei valori di Di Pietro, e fondando con tre compagni di avventura il Movimento di Responsabilità Nazionale (vedete come torna sempre la virtù della responsabilità) consentì a Berlusconi di evitare la sfiducia.

Mutatis mutandis, non mi sembra di vedere oggi grandi novità, anzi l’impressione è quella di una generale “scilipotizzazione” della politica italiana. 

Nei giorni scorsi Stefano Diceopoli su questo network ha analizzato la situazione attuale, concentrandosi più sul lato leghista e pentastellato.

Forse è il caso di dare un’occhiata anche al cotè “democratico”.

Il Partito Democratico, impegnato con il Segretario Zingaretti nella “derenzizzazione”, manco fosse una defascistizzazione, pur dilaniato come sempre dalle lotte fra le correnti interne, sembra aver messo tutti d’accordo, a parte qualche voce dissonante come Calenda, sulla necessità di una scelta di “responsabilità” (e rieccola!).

Che tradotto vuol dire semplicemente: “perché non provare a trovare un’intesa con i 5Stelle? Ma non un accordicchio mirato solo a fare la Legge di Bilancio, sterilizzare le clausole di aumento dell’Iva, mettendo in sicurezza i conti.

No, un vero e proprio patto di legislatura, destinato a durare altri tre anni. 

C’è da capirli, perché sarebbe troppo rischioso fare una finanziaria lacrime e sangue, offrendo il fianco agli strali della Lega, per poi andare dopo pochi mesi alle urne per subire un ulteriore tracollo.

No, tre anni sono il minimo indispensabile per “sopire, troncare…. troncare sopire” gli “ardori leghisti” dell’elettorato, cercando di incanalare il consenso verso i lidi della “responsabilità”. 

In fondo non si sta inventando nulla.  Il “divo” Andreotti era uso dire che “il potere logora chi non ce l’ha”, e che “è meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.   Filosofia spiccia che è stata assorbita dalla cultura politica italiana. 

Non crediate alla ritualità del dubbio, secondo cui il Pd sarebbe ancora tentato da andare alle urne.  In realtà la decisione è di fatto già stata presa, e già si sentono i rumors dei contatti fra gli emissari democratici e quelli dei pentastellati.

Gli stessi Pentastellati del “Vaffa ai PiDioti” di Grillo, dello schiaffo in streaming a Bersani, del “Partito di Bibbiano” secondo la definizione di Di Maio.

Ma siccome, secondo la narrazione imperante, sembra di essere alle soglie di una nova marcia su Roma del “beach leader” Salvini, è imprescindibile isolare il nuovo Caudillo attraverso la costituzione di un nuovo Governo, non più giallo verde, bensì giallo rosso (saranno entusiasti i tifosi della Roma).

Si tratterà, a meno di sconquassi dell’ultima ora, sempre possibili a “scherzi a parte”, di ammantare questo vero e proprio ribaltone con un bel programma di Governo.

Non sarà impossibile imbastirlo. 

Basterà “volare alto”, rimanendo ai titoli: equità sociale , green economy, lotta all’ evasione, parità salariale fra uomini e donne, smantellamento delle norme anti migranti care a Salvini.

Sperando che l’equità sociale non faccia rima con “Patrimoniale”.

Tutto bello, tutto semplice?

Se non che, e lo si è visto chiaramente con il Contratto di Governo fra Salvini e Di Maio, la politica è qualcosa di più di una serie di intenti, magari di alto valore morale, scritti su di un pezzo di carta, meglio se davanti ad un notaio.

La politica è far fronte alle difficoltà del giorno per giorno. E’ “sangue  e merda” come diceva Rino Formica.  La politica dipende da eventi spesso maturati fuori dai confini nazionali, come ad esempio i segnali di recessione che provengono in questi giorni dalle principali economie, e che al momento a Roma sembrano non interessare nessuno.

Per non dire che numerosi sono i temi sui quali le visioni pentastellate e democratiche sono sempre state confliggenti. 

Qualche esempio?

Il reddito di cittadinanza, su cui il Pd è sempre stato critico e che per i 5S ha la sacralità del Santo Graal.  Gli 80 euro, l’Ilva, la TAV, il salario minimo, la Commissione di inchiesta sulle banche, che fatalmente andrebbe a coinvolgere Banca Etruria.  E continuando, i decreti sicurezza, che sono stati comunque votati dai 5 Stelle, le Ong taxi del mare secondo la definizione di Di Maio, gli Sprar, i porti chiusi, le sanzioni alla Russia, il Venezuela e Maduro, la Via della seta che affascina i Cinquestelle ma che viene mal vista in Europa.   E si potrebbe continuare, tanto sono vaste le praterie di possibili dissensi.

Certo, ci potranno dire che la necessità di far fronte all’emergenza democratica rappresentata da Salvini supera tutti gli ostacoli, e che per il bene della nazione si può passare sopra anche a qualche principio. 

L’importante è non fare la fine di Faust!

In attesa della fatidica giornata del 20 agosto, fra ex alleati di Governo è guerra aperta.  E gli scontri si fanno aspri ovviamente sui temi più sentiti dai due Partiti. Così la Lega mette in discussione il reddito di cittadinanza, che sarebbe percepito da almeno il 70% di non aventi diritto, mentre i 5Stelle, in primis Conte, chiedono a Salvini un allentamento delle norme anti sbarchi.

Davvero il Partito Democratico ed i Grillini pensano di sfidare la maggioranza degli italiani sul tema dell’immigrazione, riaprendo i porti a masse di migranti traghettati dalle Ong tedesche, norvegesi o spagnole?

Davvero il Pd in questo modo pensa di riconfermarsi alle prossime elezioni in Emilia Romagna? 

E venendo al tema dell’autonomia differenziata di cui ovviamente non si parlerebbe più, se i grillini ormai danno per perse le regioni del nord, è disposto a correre questo rischio anche il Partito Democratico?

Per non dire che il M5S, una volta concluso l’ipotetico accordo con il Pd, non rinuncerà a sottoporlo al vaglio della piattaforma Rousseau.  E’ disposto il Pd a sottostare al giudizio di una applicazione informatica, poco frequentata, e dai più giudicata poco trasparente?

Per carità, auguri!

Non sarebbe forse meglio avere un po’ di coraggio, e superando l’egoismo dei parlamentari di non mollare il seggio, cercare di mobilitare quella parte dell’Italia che non si riconosce in Salvini, lungo la strada maestra che in tutte le democrazie europee porta alle elezioni?  Ricordo che in Spagna negli ultimi due anni si è votato tre volte, e forse si rivoterà ancora in autunno, senza drammi o mobilitazioni di “responsabili”. 

Tengano presente nel Pd che se il Capitano riuscirà a far passare la narrazione che il “partito del non voto” ha nuovamente scippato gli italiani del diritto di esprimersi nelle urne, il conto gli elettori glielo presenteranno alle prossime Regionali, ed anche alle politiche del 2022. 

Umberto Baldo

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