1 gennaio 2018 - 9.09

EDITORIALE- VICENZA AI MARGINI, IN UN ANNO PERSO TUTTO: CALCIO, BANCA, FIERA

C’era una volta. Tutte le fiabe iniziano così e tutte le favole finiscono bene, perché i bambini hanno bisogno di una storia che – anche se fantastica o paurosa – alla fine contenga dei buoni sentimenti e una morale che li faccia crescere meglio e possibilmente li mandi a dormire sereni. In questo ultimo giorno dell’anno voglio raccontarvi una favola, ma non sono certo che abbia un lieto fine. E del resto, miei cari quattordici lettori, non sono per nulla sicuro che voi siate bambini o che vogliate andare a letto per dormire sereni.
E allora cominciamo. C’era una volta una città che aveva una squadra di calcio, quella squadra si chiamava Lanerossi Vicenza e nel tempo ha divertito e scaldato il cuore di migliaia di tifosi. Li vedevi andare allo stadio di domenica, a piedi, dopo aver parcheggiato nelle stradine attorno al Menti. Sotto il braccio avevano un cuscino biancorosso, di quelli che si piegano a metà, per appoggiarlo sulle gradinate, e in mano l’autoradio staccata dalla Fiat Ritmo. Perché fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio. Erano tanti anni fa. In provincia esistevano ancora delle fabbriche, come quella della Lanerossi, enorme, e tante altre piccole fabbrichette tessili che davano lavoro ad un sacco di gente fra Thiene, Schio, Piovene e Valdagno. Beh, a Valdagno esisteva ancora una grande fabbrica della Marzotto. Una volta c’erano fabbriche dove la gente andava a lavorare, poi è arrivata la delocalizzazione, gli imprenditori illuminati del secolo scorso si sono resi conto che esiste ed esisterà sempre un posto nel mondo dove costa molto meno produrre le stesse cose che si producono qui. E hanno deciso che il profitto sarebbe stato maggiore spostando le fabbriche in Romania, in Cina, in India oppure direttamente in Africa. Quella squadra di calcio che c’era all’inizio ha continuato ad esserci, ma è diventata Vicenza Calcio. Ha continuato a scaldare i cuori di tifosi a migliaia, giocando in serie A e in serie B, arrivando ad una finale vinta di Coppa Italia che ha addirittura aperto le porte per un giro in qualche campo europeo, addirittura con il Chelsea.
C’era una volta un presidente del Vicenza Calcio, Pieraldo Dalle Carbonare, imprenditore di quel settore tessile che allora ancora esisteva a Vicenza. Tanto amato quanto presto dimenticato, Pieraldo, quando per lui si aprirono le porte del carcere con l’accusa di aver fatto transitare soldi delle sue aziende in crisi dentro la squadra. Arrivò la vendita all’asta in una piccola stanza dell’enorme tribunale di Milano e arrivarono gli Inglesi a prendersi la squadra e a portarla avanti. Avrebbero voluto trasformare il vecchio Menti in una specie di Old Trafford con negozi e albergo: forse la squadra non interessava, ma l’affare immobiliare certo faceva gola. Il vecchio Menti è rimasto com’era, gli Inglesi invece, venduti i giocatori migliori e realizzato il massimo con il minimo sforzo, non ci sono più. Al loro posto sono arrivati altri imprenditori locali, gente abituata a gestire supermercati e fabbriche di caffè.
C’era una volta una città che aveva una Fiera. La struttura era una piramide a gradoni a pianta quadrata. Arrivando al casello di Vicenza Ovest la si riconosceva da lontano. I politici migliori che Vicenza sapeva esprimere, prima o poi arrivavano a fare i presidenti della Fiera e le decisioni erano prese dai tre azionisti: Comune, Provincia e Camera di Commercio. Si sono consumate lotte durissime attorno alla Fiera, per decenni, ma la Fiera ha continuato a crescere, tanto che la struttura della piramide iniziale è stata talmente accerchiata da altri edifici che oggi non si riconosce quasi più. Quella che non si riconosce davvero più, invece, oggi è la Fiera stessa, diventata Italian Exibition Group dopo la fusione con Rimini. Fallito il polo fieristico Veneto e l’idea che avrebbe fatto fruttare un marchio nostrano sul e per il territorio si è optato per un matrimonio che sta privando di risorse e prospettive il territorio stesso. Per ora rimangono le esposizioni orafe che hanno reso la città nota nel mondo del commercio di preziosi, ma nel frattempo la Provincia è scomparsa, pochi hanno notizia del peso specifico della Camera di Commercio e il Comune da solo rimane a guardare.
C’era una volta una città che aveva un aeroporto, civile e militare e la sede della V Ataf, base dell’aeronautica militare italiana, inserita nel sistema di difesa Nato. Era la città che ad un certo punto era anche stata in grado di mettere in piedi un collegamento quotidiano con Roma che decollava da viale Sant’Antonino. Pochi eletti prendevano quell’aereo ma la sensazione era di avere una infrastruttura utile da poter ampliare in futuro. C’era, l’aeroporto. Ora c’è solo un moncone di pista tracciato in mezzo ad un campo che guarda ad una caserma consegnata agli interessi dell’esercito americano. C’era una volta un movimento di popolo che si è chiamato “No Dal Molin” e costituito da tutti quei vicentini che non volevano quella base americana sul suolo dell’aeroporto. L’obiettivo di quel movimento non è stato centrato, ma la capacità di mettere insieme protesta e rivendicazione, centri sociali e società civile è stato sicuramente un successo anche se fugace, e uno degli artefici di quel successo si chiamava Olol Jackson. C’era una volta anche Olol, morto qualche mese fa.
C’era una volta una città che aveva due grandi banche: la Banca Cattolica del Veneto e la Banca Popolare di Vicenza. La prima è sparita già tanti anni fa, la seconda ce la siamo giocata a giugno. Il fatto che spariscano le banche non è di poco conto. Molte spiacevoli conseguenze sono state talmente tanto sui giornali in questi mesi, che non vale nemmeno la pena di tediarvi ancora. Io voglio solo pensare a tutti quei bravi ragazzi che oggi stanno studiando all’università. Una volta, quando le banche ancora c’erano, si poteva pensare che un bravo ragazzo dopo il diploma potesse trovare un posto in banca e per chiederlo bastava andare in una di queste due banche del territorio, gestire da gente del posto. Si poteva anche pensare che i migliori di questi ragazzi, una volta laureati in economia o in giurisprudenza, potessero pensare addirittura di far carriera in quelle banche. Oggi no. Oggi si è tornati ad essere periferia di luoghi dove si decide. Bisogna fare la valigia e andare a Milano, a Torino, a Roma. C’era una volta una forma di ricchezza fatta di risparmi che potevano servire a non gravare sui figli per i genitori anziani, che poteva servire per fare il primo passo in una start-up, a costruire il capannone per la fabbrichetta di fianco alla villetta, per far studiare quei figli. Ora quella ricchezza non c’è più.
C’era una volta una città con una squadra di calcio. Oggi quella squadra c’è ancora, sopravvissuta sia a chi aveva in supermercati, sia a chi produce caffè. Ma nel frattempo cosa è accaduto a questa squadra di calcio? I debiti si sono accumulati e ogni anno si è fatto fronte con i denari della lega, rimanendo in un modo o nell’altro in serie B. Ma lo scorso giugno, proprio mentre si stava perdendo anche la Banca, si è perso anche il diritto di stare in quella categoria e si è precipitati giù, dove in soldi non arrivano e i debiti restano. E’ abbastanza per dire che la squadra non c’è più? Lo sapremo solo fra qualche giorno, ma questo non è quello che importa di più, perché forse lo avrete già capito: una città nella quale c’erano cose che oggi non ci sono più non è la stessa città. Forse sarebbe il caso di dire semplicemente: c’era una volta una città… e oggi non c’è più. E non mi si dica che molte delle responsabilità per questo genere di declino non sono in capo a chi ha preso il mandato a Vicenza, è andato a Roma e non ha realizzato nulla. Non mi si dica che non aver più potuto contare su una classe dirigente degna di questo nome non ha contribuito a fare di Vicenza un angolo di Veneto dimenticato. E pensare che adesso, invece di cercare di fare ogni sforzo per entrare in Europa, qui si realizza il massimo dei consensi per ottenere l’autonomia. Ma autonomia da chi? E per farne cosa? Non siamo autonomi, e non ne avremmo bisogno, piuttosto siamo isolati, fuori dai giri che contano, fuori dai circuiti decisionali, marginali, inutili.
E’ meglio così? E’ semplicemente il progresso, bellezza, e non ci dobbiamo pensare? Per quale motivo dovremmo preoccuparci, sopravvivremo a tutto. Ma alzi la mano chi avrebbe scommesso che Vicenza avrebbe perso le sue banche, la sua Fiera, la sua squadra. Siamo sempre stati “nobili provinciali”, adesso la nobiltà è andata e ai ragazzi non resta di meglio che fare le valigie, perché qui non c’è futuro. Buon 2018!

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