27 Dicembre 2018 - 11.30

EDITORIALE- Uscire dall’euro? Un disastro per le aziende Venete

Fino a qualche tempo fa esisteva il sito della Lega www.bastaeuro.org, al quale ora non si riesce più ad accedere.

In “Rete” si trova invece ancora il sito “Basta euro tour”, che proponeva una serie di manifestazioni sul tema organizzate tempo fa dal partito di Salvini.

Da questa pagina è invece ancora possibile scaricare un manuale di 32 pagine titolato, guarda caso, “Basta euro! – Come uscire da un incubo”, scritto dal responsabile economico Claudio Borghi Aquilini, con postfazione di Matteo Salvini.

L’altra forza di Governo, un po’ più cauta, proponeva invece un Referendum popolare affinché gli italiani potessero decidere se restare o meno nell’Unione monetaria.

Parlo al passato perché la polemica sulla moneta unica non sembra più essere al centro delle attenzioni dei vertici giallo-verdi.

Non amo le parole forti come voltafaccia, ritirata, ripensamento, o sinonimi.

A onor del vero, già nei programmi per le ultime elezioni politiche, sia della Lega che del Movimento 5Stelle si proponeva solo di rivedere i Trattati Ue, e nel “mitico” contratto di governo dell’uscita dall’euro proprio non si parlava.

La cosa potrebbe quindi chiudersi qui, prendendo atto che il portare l’Italia fuori dalla moneta unica non sembra più all’ordine del giorno nei palazzi romani.

Ma mi è rimasta una curiosità.

L’uscita dall’euro, tanto caldeggiata fino a poco tempo fa, e forse ancora latente nel corpaccione della Lega, era in qualche modo funzionale alle esigenze ed alle necessità del tessuto produttivo delle Regioni di tradizionale radicamento del Partito, Veneto in testa?

Vi dico subito che, non essendo uno studioso di economia, mi sono approcciato al problema senza pregiudizi, limitandomi a cercare nel web le possibili risposte.

Gli scenari delineati da quasi tutti gli analisti parlano, in caso di “eurexit”, di una sequenza classica sul breve periodo: svalutazione della lira, perdita del potere di acquisto, aumento dei tassi dei titoli di Stato.

Sull’entità della svalutazione le previsioni sono diverse; ma sono tutte comprese fra il 20 ed il 30%, con qualcuno che si spinge fino al 40%.

E’ assodato che la svalutazione determinerebbe un generalizzato aumento dei prezzi, con l’inevitabile perdita di potere d’acquisto di stipendi e salari. A cascata crollerebbe il valore delle case, e anche quello dei risparmi subirebbe una bella sforbiciata.

Solo per fare un esempio facile da capire anche per i nostri “Siori Bepi e Maria”, pensate quale sarebbe l’aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi che importiamo per il nostro fabbisogno, e che dovremmo continuare a pagare in dollari, con una liretta svalutata. Fare benzina e gasolio diventerebbe un vero e proprio salasso per i bilanci delle famiglie. Ma lo stesso discorso varrebbe per tutti i beni di primaria necessità importati dall’estero, alimentari in primis.

Per non dire che ci sarebbe una corsa degli italiani agli sportelli bancari per ritirare gli euro dai conti correnti, al fine di evitare la loro ridenominazione in lire, e riprenderebbe alla grande il deflusso dei capitali verso l’estero, di cui abbiamo visto un preludio di recente con i veneti alle porte delle Banche austriache. Certo il Governo potrebbe imporre un limite ai prelievi. Nella Grecia della crisi fu di 20 euro la settimana, ma quanto reggerebbe alla rivolta delle piazze?

Per ciò che attiene lo Stato, il debito pubblico potrebbe trarre qualche sollievo, in realtà transitorio ed apparente, in quanto pagare gli interessi sui BTP con una moneta svalutata costerebbe qualcosa di meno. Ma non tutto il debito potrebbe essere ridenominato in “nuove lire”. Quello emesso sui mercati internazionali, o in mano agli stranieri (circa il 30% del totale) continuerebbe, pena il default dell’Italia, a seguire il corso dell’euro, in questo caso con notevole aggravio per le casse pubbliche. La svalutazione della lira avrebbe poi effetti negativi sulle Banche, che avrebbero meno risorse per i prestiti alle imprese ed alle famiglie.

Relativamente alle argomentazioni dei sostenitori dell’uscita dall’euro dell’Italia, basate sostanzialmente sui presunti effetti benefici della cosiddetta “svalutazione competitiva” che rilancerebbe le nostre imprese, mi sembra non tengano conto che il mondo non è più quello del secolo scorso, Questa “visione” immagina di riproporre le politiche economiche dagli anni 60, quando l’Italia fece sistematicamente ricorso all’arma della svalutazione della moneta per recuperare la perdita di competitività, dovuta prima a una inflazione più elevata (ve li ricordate i Bot al 20%?), e poi ad una crescita della produttività più bassa rispetto agli altri Paesi.

Secondo me anche un bambino capirebbe che la svalutazione competitiva poteva funzionare solo nel mondo dei “blocchi”, quando le economie erano di fatto chiuse. In un mondo globalizzato, ad economie aperte come l’attuale, gli effetti sarebbero quasi nulli. Nel mondo “di allora” un’economia sviluppata importava materie prime ed esportava i manufatti. Nel mondo “di oggi” invece si importano soprattutto beni intermedi (pezzi che servono per realizzare il manufatto finale), sui quali la svalutazione ha meno effetto, perché i margini sono ridotti. Per non dire che ora si compete con colossi come la Cina e l’India, cioè con economie dove il costo del lavoro è molto più basso rispetto al nostro, senza tenere conto delle economie emergenti come ad esempio il Vietnam. Ma soprattutto che nel frattempo c’è stata la rivoluzione nell’informatica e nelle comunicazioni, che ha “cancellato” il “piccolo mondo antico” dell’Italia del boom, e delle svalutazioni continue.

Dando per buoni gli scenari che vi ho riportato, la domanda resta la stessa: davvero l’uscita dall’euro fino a poco fa propugnata dalla Lega veniva incontro alle esigenze delle aziende venete?

Davvero le nostre Pmi, che la crisi ha spinto sempre più a competere, e spesso a vincere, sui mercati internazionali, avrebbero interesse ad un ritorno alla liretta?

Davvero i nostri imprenditori possono credere che la nuova lira risolverebbe le carenze strutturali del nostro sistema economico? Che il gap nell’ innovazione tecnologica, la scarsa formazione, i problemi delle Banche, il blocco dell’ascensore sociale, la corruzione endemica, le inefficienze della Pubblica amministrazione, i tempi biblici della giustizia, verrebbero come d’incanto cancellati dalla nuova moneta?

Possibile che un tessuto produttivo articolato e diffuso come quello veneto potrebbe immaginare di prosperare con politiche di stampo nazionalistico ed autarchico?

Possibile che le vicissitudini dell’Argentina non abbiano insegnato nulla?

Per trovare una risposta ho fatto una piccola ricerca sui siti delle principali Associazioni di categoria delle imprese, dalla Confindustria alla Confapi, dalla Confcommercio all’Abi, e onestamente non ho trovato alcuna posizione favorevole al ritorno ad una valuta nazionale. Anzi, le prese di posizione contrarie si sprecano!

Il che risulta sostanzialmente in linea con le più recenti rilevazioni statistiche dell’ “Eurobarometro”, che ci dicono che la percentuale di italiani favorevoli all’euro è cresciuta del 12% nell’arco degli ultimi 12 mesi. Nello specifico il 65% degli italiani si dichiara pro-moneta unica, pur restando più tiepidi relativamente all’appartenenza alla Ue. Dati che a mio avviso dimostrano che gli italiani vorrebbero profonde riforme dell’Europa, tali però da non mettere in discussione l’euro.

Quindi?

Io mi limito a riferivi l’idea che mi sono fatto, con la quale ovviamente non è obbligatorio essere d’accordo.

Io ritengo che certe posizioni “estreme” vadano bene nella fase della conquista del “Palazzo d’inverno”, quando si è all’apposizione tanto per essere più chiaro.

Allorché si arriva nella “stanza dei bottoni” ci si rende conto che anche il solo parlare di uscita dall’euro genera immediate pesanti conseguenze sullo spread, sui Credit Default Swap, sul debito, ed in generale sull’intera nostra economia.

In conclusione, è legittimo essere arrabbiati con questa Europa.

E’ legittimo battersi per cambiarla e migliorarla.

Ma per farlo bisogna evitare di imboccare strade alla fine delle quali c’è solo un burrone.

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