19 Maggio 2019 - 9.38

Editoriale- Tutti pazzi d’Europa: e l’Italia? Dorme

Ma voi ve le ricordate le passate elezioni europee?  Non dico solo le ultime, ma tutte. 

Le ho tutte ben presenti. E non perché sia poi così tanto vecchio, ma semplicemente perché le elezioni europee hanno una storia relativamente recente. 

Infatti, in origine, dalla nascita della Ceca (Comunità del carbone e dell’acciaio), avvenuta nel 1951, al 1979, quando si ebbero le prime consultazioni, i membri erano designati dagli Stati membri. 

L’atto di nascita ufficiale delle elezioni dell’Ue è datato 20 settembre 1976, quando i nove ministri degli Esteri dei Paesi aderenti alla Comunità europea, riuniti a Bruxelles, firmarono l’atto che disponeva l’elezione del Parlamento europeo a suffragio universale diretto.

Tra il 7 e il 10 giugno 1979, 180 milioni di elettori di nove Stati (Italia, Francia, Repubblica Federale Tedesca, Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Irlanda e Lussemburgo) si recarono alle urne per eleggere, per la prima volta, i 410 membri del Parlamento europeo.

Pensate che in quelle prime elezioni il nostro Paese fece registrare la percentuale più alta di votanti con l’86%, contro il 60% di Germania e Francia, e soltanto il 32% della Gran Bretagna, che era diventata membro nel 1973. Forse i prodromi della Brexit erano già latenti. 

Oltre a tutto quelle campagne elettorali mi è capitato di seguirle in prima persona, e vi devo dire che in Italia le europee sono sempre state utilizzate non per dibattere seriamente del disegno comunitario, bensì per capire lo stato di salute dei partiti e del governo in carica e, alla luce dei risultati, valutare le chance di una eventuale crisi.

E purtroppo anche in questa tornata le cose non sono cambiate, al punto che pochi giorni fa Matteo Salvini , lanciando di fatto un referendum su se stesso, ha provato a trasformare quello del 26 maggio in un “voto di fiducia” sulla Lega: “Ci dovete aiutare ad andare in Europa come primo partito europeo per riprenderci le chiavi di casa nostra. Il 26 maggio non sono elezioni europee, è un referendum tra la vita e la morte”.

Sicuramente una drammatizzazione eccessiva, che deriva dal clima di scontro all’ultimo sangue imposto da Salvini e Di Maio.

Se questa mossa del “Capitano” porterà frutti lo vedremo domenica sera.

Ma se proviamo ad allargare l’orizzonte al sopra del provincialismo dei nostri politici, balza agli occhi che, comunque vadano le elezioni, ci sarà comunque un vincitore: L’Europa stessa

A mio avviso, per la prima volta in questa tornata elettorale si sta parlando veramente del futuro del nostro continente.

Sia che si voglia rivoluzionarla, o magari solo riformarla, o magari ancora rifondarla,l’Unione Europea è al centro del dibattito politico.

Non era una cosa scontata, anzi.

Oserei dire che dal 1979 non era mai successo.  Tanto che il Guardian ha scritto di recente: «La politica democratica ha bisogno del dramma. E le elezioni per il parlamento europeo stanno producendo un dramma solitamente riservato al livello nazionale”.

E che gli europei lo abbiano capito lo provano i dati forniti dall’Eurobarometro, secondo cui già dall’estate scorsa il 44 per cento degli elettori sapeva quando sarebbe stato chiamato alle urne. Il 10 per cento in più del 2014. A settembre, nove mesi prima del voto, l’interesse per le elezioni aveva già toccato il 51 per cento, un livello che alle scorse elezioni era stato raggiunto solo un mese prima del voto.

E, paradosso della storia, a mio avviso il merito di questo nuovo interesse è degli Inglesi.  I quali, volendo lasciare l’Unione Europea, hanno di fatto rilanciato l’idea dell’Europa, riportandola al centro del dibattito politico e sociale. 

Tanto è vero che, pur aumentando i movimenti euroscettici, sempre secondo Eurobarometer, nel 2018 gli europei che ritengono l’UE un luogo di stabilità in un mondo inquieto sono saliti al 76 per cento. Nel 2017, erano il 71%. Nel 2016, il 66%. 

Così come sono cresciuti coloro che ritengono il progetto dell’Unione Europea una prospettiva per il futuro dei giovani (dal 60% del 2016, si è arrivati al 69% del 2018). 

E in Italia?

Il nostro è veramente uno strano Paese.

Ricorderete che la campagna elettorale per le politiche del 4 marzo 2018 si condusse per la gran parte su temi legati all’Europa.  Mi sembra ancora di sentirle le intemerate di Salvini e Di Maio a favore del sovranismo, dell’uscita dall’Unione, della riforma delle istituzioni comunitarie, e finanche dell’abbandono dell’euro.

Adesso che stiamo per votare per il rinnovo del Parlamento europeo, di Europa non parla più nessuno, e si continua ad accapigliarsi su temi squisitamente interni, dal reddito di cittadinanza, alla flax tax, alle grandi opere, e quant’altro. 

Forse, avendo davanti agli occhi le contorsioni dell’Inghilterra, che a tre anni dal referendum è ancora in mezzo al guado, a ancor più avendo capito che gli italiani non sono propensi ad abbandonare né la Ue né l’euro, i nuovi Demostene preferiscono ricorrere ad un assordante silenzio sui temi europei.

Intendiamoci, non sono cieco, e lo vedo anch’io che l’Europa attuale è ancora una costruzione essenzialmente economico-finanziaria.  

Ma non si vive di sola economia, e se vogliamo che l’Europa abbia un futuro, è necessario che l’immensa sovrastruttura istituzional-giuridica, che ha servito fino ad ora l’integrazione economica, venga corretta e migliorata.       

Per essere più chiaro, a coloro che perseguono la fine della Ue non si può continuare a contrapporre all’infinito lo spauracchio dei disastri che conseguirebbero a una distruzione dell’esistente.  Va offerta una prospettiva che riguardi la loro intera vita; un progetto di sviluppo economico, che non può più essere disgiunto dal sociale. 

Ciò detto, visto che persino Salvini e la Le Pen non dicono più che l’Europa va abbattuta, bensì riformata, varrebbe la pena che la declinassero chiaramente questa loro nuova idea dell’Europa, dando il proprio contributo attivo al dibattito in corso.

Non basta dire di voler cambiare, bisogna anche spiegare come e cosa. 

L’Italia non può rinunciare a giocare un ruolo determinante in questa trasformazione.

Sarà strategico come il nostro paese si posizionerà nel futuro assetto istituzionale europeo. 

Ad esempio, siamo tutti d’accordo che all’interno della futura Commissione l’Italia debba puntare su un portafoglio economico (commercio, concorrenza, industria, ad esempio) per giocare il ruolo che le spetta come secondo paese manifatturiero d’Europa, e terza economia dell’eurozona?  O ci accontenteremo di un ruolo meno determinante, come ad esempio il commissario all’immigrazione, o eclatante ma inutile come quello voluto da Renzi per la Mogherini?

L’Italia è uno dei Paesi fondatori dell’Unione Europea.  

Non può essere la causa dello scardinamento della Ue, come pure non può restare fuori dai tavoli che contano.

Mi auguro che alla fine lo capiscano anche i nuovi Demostene.


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