9 Gennaio 2019 - 11.49

EDITORIALE – Tra clochard e migranti, la politica sociale allo sbando

Da giorni su Trieste infuria la polemica, un vento di indignazione più forte e più violento della Bora cui i triestini sono abituati. All’origine di tutto, come sempre più spesso accade, è un post sui social lanciato dal vicesindaco della città giuliana, Paolo Polidori, che si è vantato di aver gettato in un cassonetto un piumino, coperte e altre povere cose lasciate a terra da un senza tetto che aveva evidentemente dormito in strada. I triestini si sono anche dati da fare e in breve hanno portato nello stesso luogo altre coperte, indumenti, assieme a biglietti di scuse. Pare che alla fine anche lo stesso Polidori abbia precisato, si sia scusato ma che dovrà forse pagare una multa per aver infranto le regole sulla raccolta differenziata dei rifiuti, multa che gli sarà notificata da quella stessa polizia locale che lui dirige avendo la delega alla sicurezza per la città di Trieste.
La vicenda potrebbe finire qui, se non fosse il segnale di un malessere che attraversa tutte le città italiane e – mi spingo a dire – l’intera Europa.
Il fenomeno dei senza tetto è davvero singolare. Nelle nostre civilizzate città la miseria vera, la povertà, non esiste più. Non esiste almeno nel senso che possono ricordare quelli che hanno sentito i racconti della vita che si tirava avanti alla metà del secolo scorso, durante l’ultima guerra: la mancanza diffusa di cibo, i generi alimentari contingentati, la borsa nera di zucchero e caffè, famiglie che mangiavano solo polenta o che appendevano un’aringa al centro del tavolo in modo che i commensali potessero intingere il loro pezzo di polenta ma senza mangiare nulla del pesce. Quella era povertà vera e diffusa. Se oggi guardiamo alle nostre città, certo non possiamo non vedere che ci sono ancora persone che non hanno casa e dormono in strada. Sono tanti? No. Sono spesso dipendenti da sostanze stupefacenti e da alcool? Si. Sono un peso che davvero la società non può affrontare? Sicuramente no.
Il fatto è che degli “homeless” ci accorgiamo solo in questa stagione, quando giornali, tv e siti web lanciano il solito allarme – fatto come al solito più per ragioni giornalistiche che per bontà d’animo – affinché queste persone non muoiano di freddo e di stenti. Per tutto il resto dell’anno, la gestione dei “clochard” è affidata ad enti caritatevoli, religiosi, che distribuiscono cibo e posti letto a coloro che accettano le regole delle comunità. Si potrebbe fare di più? Ovvio. Eppure nella politica sociale del nostro paese finisce per pesare sempre di più il concetto del minimo indispensabile: mostrarsi come una comunità in grado di accogliere è pericolosamente attrattivo e gli amministratori pubblici vedono questa prospettiva come un pericolo. Perché a Vicenza, per esempio, non si è mai fatto un terzo campo nomadi malgrado sia stato chiaro per decenni che ce ne sarebbe stato bisogno? Per non dare della città una impressione di disponibilità che rischiava di attirare altri nomadi provenienti dai comuni vicini o dalle regioni vicine. Lo stesso identico ragionamento che potrebbe aver ispirato l’azione del vicesindaco Paolo Polidori che butta le coperte del senza tetto per dare di Trieste l’idea di una città ordinata, pulita, Mitteleuropea, che non tratta bene quel genere di persone e che anzi non le deve per nulla attrarre. E’ evidente che si tratta dell’atteggiamento di chi spinge la polvere sotto il tappeto, convinto di aver risolto il problema senza ricorrere all’aspirapolvere, ma la storia ha dimostrato che non si fa così. Ai proclami di tutti i politici, di tutti i sindaci, e di tutti gli amministratori, che in genere suonano come “Nessuno sarà lasciato indietro”, non corrisponde in genere una politica sociale in grado di elevare dal rango di miseria un pugno di uomini e donne. Certo bisognerebbe cominciare a spendere davvero sul piano della prevenzione e della cura delle tossicodipendenze, baratro di assenza della politica degli ultimi anni, bisognerebbe governare il mercato delle abitazioni andando a pretendere gli alloggi sfitti. Tutto questo non viene fatto e poi ci si lamenta del degrado, del fatto che poche decine di persone in una grande città come Trieste o in una media come Vicenza, rimangano talmente ai margini della società da essere costrette a dormire in strada.
Eppure, se ci si pensa bene, nemmeno la civilissima Europa è tanto diversa. Viene da chiedersi come il Continente intero possa essere messo in crisi da 49 migranti che da giorni vagano nel Mediterraneo dopo essere stati prelevati in mare dalle navi di una Organizzazione non governativa. Certo ci si è messa di mezzo Malta, che in cambio dello sbarco di quelle 49 persone chiede di riassegnare in tutto 250 persone, ma si tratta sempre di 250 persone da spalmare teoricamente in 28 Nazioni europee: una goccia nell’Oceano. Eppure ci si blocca, si va in crisi. Il motivo è lo stesso, identico: si vuole lanciare un messaggio, sperando che il biglietto infilato nella bottiglia prima o poi finisca sulla spiaggia dell’opinione pubblica africana. L’Europa sta cercando di dare di sé una immagine non attrattiva. “Non partite – c’è scritto nel messaggio dentro la bottiglia – perché non potrete arrivare da nessuna parte se non in fondo al mare”. L’Europa che nasce come mercato, che basa il suo imprinting genomico sulla libera circolazione di persone, merci, beni e servizi, ha capito che deve essere protezionistica rispetto a quella libera circolazione ai confini esterni e quindi si comporta come il povero Paolo Polidori: ha infilato nel cassonetto il salvagente gettato ai migranti. Chissà se prima o poi qualcuno se ne vanterà con un post…
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