3 dicembre 2018 - 11.41

EDITORIALE – Torna il reato di blocco stradale: mai più Forconi, No Dal Molin e allevatori?

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di Stefano Diceopoli

In queste settimane la Francia è attraversata da un violento movimento popolare che è stato ribattezzato dei Gilet Gialli. Si tratta di una protesta partita dai rincari dei carburanti tradizionali, intesa come misura per contenere l’inquinamento e spingere verso le fonti di energia rinnovabili, e che ha invece portato i francesi sulle strade a fare i conti con il Governo di Macron. Si sono visti blocchi stradali un po’ in tutta la Francia e poi manifestazioni a Parigi, con automobili date alle fiamme, roghi di copertoni e addirittura palazzi incendiati e negozi saccheggiati lungo Rue de Rivoli.

Più o meno nello stesso periodo, in Italia, è entrato in vigore il decreto legge 113/2018 conosciuto come il decreto sicurezza voluto dal leader leghista Matteo Salvini. Molte sono le misure contenute in quel dispositivo di legge, ma non molti hanno notato che il reato di blocco stradale, che era stato depenalizzato nel 1999, è stato invece reintrodotto nel codice penale e prevede pene che vanno da 2 a 12 anni se viene commesso da più persone.

In effetti non è un cambiamento da poco, soprattutto se viene considerato insieme alla stretta voluta sull’invasione e occupazione di edifici.

Ve lo ricordate il movimento dei Forconi? A Vicenza per giorni interi tennero in scacco la città con blocchi stradali su viale del Sole, all’imbocco dell’autostrada A4 e con simili interruzioni del traffico a Montecchio e in altre zone della provincia. Per l’organizzazione su internet e il passaparola, quello è forse il movimento che più si avvicinava, in Italia, a quello dei Gilet Gialli francesi e non è detto che sia completamente tramontato.

Ve li ricordate i movimenti No Dal Molin, No Tav e tutti quegli altri movimenti che si sono generati in Italia dopo il G8 di Genova e sulla spinta di numerosi centri sociali?

Ve li ricordate gli scioperi delle tute blu, quelli dei metalmeccanici che, al momento di rivendicare rinnovi contrattuali, sono scesi in strada e in diverse occasioni hanno anche bloccato la circolazione?

Ve li ricordate gli allevatori di Vancimuglio o i tassisti che hanno bloccato la via degli aeroporti per reclamare contro la concorrenza di Huber?

Ecco, tutti questi movimenti e tutte queste contestazioni, con la legge attuale, rischierebbero come minimo il carcere. Le pene previste dal decreto Salvini, infatti, sono talmente alte da giustificare, da parte delle forze di polizia prima, e dei giudici poi, l’applicazione della carcerazione preventiva.

E’ soprattutto il confronto con altri tipi di reato a lasciare un po’ senza parole: la violenza sessuale contro un minore, infatti, viene sanzionata nel massimo con 14 anni di reclusione; l’associazione a delinquere prevede pene da 3 a 7 anni solo per i capi e i promotori.

L’impressione generale è che si voglia fare la voce grossa per evitare che nel paese ci siano voci dissenzienti, che la protesta possa assumere il carattere della rivolta o del blocco di attività diverse. Insomma, il decreto Salvini sembra essere – nella materia specifica – un deterrente per chi dovesse guardare con simpatia ai Gilet Gialli e dovesse pensare di esportarne in Italia i comportamenti e le strategie.

Solo il tempo dirà se i movimenti si esporranno a questi nuovi e rischiosi reati per contestarne la costituzionalità durante i processi o se si andrà verso nuove e diverse forme di lotta. Certo a nessuno piace essere bloccato da una manifestazione che impedisce di svolgere regolarmente le proprie attività, ma non bisogna dimenticare che un paese democratico non deve mai aver paura del dissenso, dell’opinione contraria, della manifestazione pacifica anche se scomoda. In gioco c’è qualcosa di molto importante, in gioco c’è sempre la libertà.

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