11 Gennaio 2019 - 15.02

EDITORIALE – “Schei” all’estero: sì o no?

Ricordate quando due-tre mesi fa cominciò lo scontro con l’Europa sulla legge finanziaria, con lo spread che viaggiava oltre i 300 punti base?  In quei giorni i giornali riferirono di “pellegrinaggi” di italiani oltre confine, per “visitare” sportelli di banche svizzere e austriache. Non era la fede a muovere questi “pellegrini”, bensì il desiderio di trasferire parte dei propri “schei” fuori dall’Italia, ovviamente per paura di perderli. Per fare questo “salvataggio pecuniario” è indispensabile dotarsi di uno strumento tecnico; nella specie aprire un conto corrente presso una Banca della Confederazione Elvetica, o della Repubblica  d’Austria.

Sono sicuro che a questo punto la “Siora Maria” ed il “Sior Bepi” si staranno chiedendo. Ma si può?  E come si fa? Ma conviene?

Senza avere la presunzione di rispondere a tutti gli interrogativi dei nostri “Siori”, cerchiamo comunque di fornire qualche semplice indicazione, con l’avvertenza che non abbiamo alcuna intenzione di caldeggiare qualsiasi forma di “espatrio di capitali”.

Per prima cosa va fissato un principio: le risorse utilizzate per aprire un rapporto di conto corrente all’estero devono essere lecitamente detenute dalla “Siora Maria”, cioè devono essere passate per il mod. 730 od Unico, e devono essere trasferite all’estero rispettando tutte le norme previste.  In altre parole si deve trattare di “soldi puliti ed in regola con il fisco”.

Detto questo, cominciamo con le domande.

E’ legale aprire un conto corrente all’estero?

Il denaro legittimamente detenuto è un bene mobile, che il “Sior Bepi” può utilizzare come crede.  Quindi aprire un rapporto in una Banca estera è assolutamente legale, ovviamente nel rispetto delle norme italiane, europee ed internazionali.

Come si apre un conto corrente in un altro Paese?

Contrariamente a quello che si crede, le Banche straniere si muovono nel pieno rispetto delle normative internazionali.  Sono finiti i tempi in cui ci si presentava a Lugano con le valigie piene di soldi contanti.  Le stesse Banche estere vi avvertiranno che se non potete dimostrare il rispetto delle normative vigenti in Italia e nello Stato dove volete trasferire i soldi, l’operazione diventa rischiosa, ed è possibile incorrere in sanzioni per riciclaggio e per evasione fiscale. Nel dubbio sicuramente vi rifiuterebbero l’apertura del rapporto.   E’ chiaro che per aprire il conto la “Siora Maria” si dovrà recare personalmente presso lo sportello della Banca estera; dopo potrà movimentarlo via Personal Computer, risparmiando tempo e denaro.  Ovviamente, come succede anche da noi, detenere un conto corrente all’estero ha dei costi.  Come va considerato che alcune banche straniere, in particolar modo quelle svizzere, per aprire un conto corrente ad un non residente richiedono un primo versamento di una certa consistenza (in certi casi dai 500mila euro in su).

Devo dichiarare al Fisco italiano la titolarità di un conto all’estero?

Assolutamente si. Il conto estero deve essere dichiarato nel quadro RW del mod. 730, dove devono esser indicate tutte le attività detenute fuori dai confini italiani (cosiddetto monitoraggio fiscale). In tale quadro il contribuente deve indicare il valore iniziale e il valore finale (per la “Siora Maria” la giacenza media) dei conti correnti esteri da questo posseduti o, comunque, di cui abbia avuto la disponibilità (in presenza, ad esempio, di deleghe al prelievo). Sono esonerati dalla compilazione i soggetti la cui disponibilità economica sul conto estero (o sui conti esteri sommati tra loro) non ha mai superato i 15.000 euro nel corso del periodo di imposta (art. 4, co. 3, d.l. 167/1990). Accanto al predetto obbligo dichiarativo, la presenza di rapporti di conto corrente all’estero fa sorgere anche un obbligo contributivo in capo al soggetto residente: egli è infatti tenuto al pagamento dell’Ivafe (Imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero) nella misura fissa di 34,20 euro per ciascun conto o libretto.

Va detto chiaramente che è inutile sperare di farla franca non dichiarando il rapporto estero all’Agenzia delle Entrate, perché oramai la stragrande maggioranza degli Stati comunica allo Stato italiano i dati delle “Siore Maria”  e dei “Sior Bepi” che hanno un conto presso di loro.  Ci sono Stati, pochi in verità, che non rispettano detti obblighi di comunicazione, ma si tratta di Paesi come le Maldive, la Liberia, Tonga, Vanuatu, solo per citarne alcuni, Paesi piuttosto instabili, dove è facile anche perdere tutti i soldi.

Ma un conto all’estero mi mette al riparo da eventuali patrimoniali o prelievi forzosi?

Siamo arrivati alla domanda delle domande.  Perché sono queste le motivazioni “vere” che spingono i nostri “pellegrini” oltre confine. Quindi bisogna essere chiari, per non dare inutili illusioni. Un conto corrente in un altro Stato NON tutela da una eventuale patrimoniale. Lo Stato italiano, attesa la dichiarazione sul quadro RW, sa che tu hai un rapporto estero, e ne conosce anche la consistenza, per cui nulla gli vieterebbe di imporre al contribuente una imposta patrimoniale rapportata al totale degli importi e degli investimenti detenuti all’estero.

Per quanto attiene ad eventuali prelievi forzosi dai conti correnti, come quello del 6 per mille deciso nel 1992 dal Governo Amato, è sicuramente vero che lo Stato Italiano non potrebbe imporre un prelievo dal saldo del conto estero, perché fuori dalla propria giurisdizione, ma è anche vero che potrebbe richiedere alla “Siora Maria” una somma corrispondente da prendere dagli schei  detenuti in Italia.

Quindi l’unica tutela offerta da un conto all’estero è quella da un eventuale “default bancario italiano”. Per capirci bene, se dovesse succedere che le Banche italiane non fossero più in grado di restituire i soldi dei depositanti, quelli detenuti all’estero sarebbero al riparo, e quindi tranquillamente disponibili.  Ma francamente è meglio non pensare ad una tale eventualità, perché in tal caso il problema non sarebbe solo quello dei soldi in banca.

Ma allora, si staranno chiedendo i nostri “Siori Bepi e Maria”, perché correre in Svizzera o in Austria ad aprire un conto, se poi ci sono tutte queste implicazioni? Si tratta in realtà di una questione psicologica. E quando si parla di “schei” sappiamo bene che la paura di perderli supera ogni considerazione razionale.

Quindi, se aprire un conto all’estero fa dormire meglio la “Siora Maria”, perché non aprirlo?  La tranquillità non ha prezzo. Basta essere consci che non mette al riparo dalla voracità del fisco italiano, si chiami patrimoniale o prelievo forzoso, dato che l’unico vero vantaggio è quello di difendersi dal “rischio Italia”, dal rischio cioè che la solidità finanziaria del nostro Paese possa diventare problematica.

Ma, come vi ho già detto, l’insolvenza dell’Italia, e di conseguenza delle Banche italiane, è un’ipotesi da non augurarsi.

 

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