16 Marzo 2019 - 9.07

EDITORIALE – Pensioni, tra rivalutazioni e adeguamento

Come sempre avviene a gennaio di ogni anno, gli importi pensione pagati dai vari Enti pensionistici, tipo l’INPS, comprendono la rivalutazione Istat, ossia la perequazione dell’assegno rispetto all’inflazione, il costo della vita per intenderci.
Quindi la “Siora Maria” ed il “Sior Bepi” hanno potuto vedere negli assegni erogati fino a questo mese un aumento dell’ 1,1%.
Tutti contenti quindi?
Per carità, si tratta in generale di aumenti modesti, ma che comunque per molti pensionati possono rappresentare un piccolo incremento della propria capacità di spesa.
Ma come abbiamo capito da tempo, nel nostro Paese le cose non sono mai “lineari”.
E così i nostri “Siori” già dal mese di aprile vedranno la propria pensione “ricalcolata”, termine che per chi conosce il linguaggio della nostra burocrazia in generale vuol dire “riduzione”.
Ma cerchiamo di capirci qualcosa.
La Legge di bilancio 2019, approvata come ricorderete a fine anno, ha stabilito che l’adeguamento delle pensioni all’inflazione non sarà uguale per tutti.
In particolare la rivalutazione spetta al:
·       97% fra tre e quattro volte il minimo, da 1.522 e 2.029 euro,
·       77% da quattro a cinque volte il minimo, fino a 2.537 euro,
·       52% fra cinque e sei volte il minimo, fino a 3042 euro,
·       47% fra sei e otto volte il minimo, fino a 4059 euro,
·       45% fino a 4566 euro (nove volte il minimo),
·       40% per gli importi superiori
La rivalutazione sarà quindi del 100% solo per le pensioni fino a tre volte il minimo.  Ovviamente parliamo di importi lordi.
Fin qui non ci si può fare nulla.  Il Parlamento ha deliberato e, come si dice, “dura lex sed lex”.
Ma il ritardo con cui è stata approvata la legge di bilancio, ed i tempi della burocrazia, hanno fatto si che l’Inps non sia stato in grado di liquidare fin da gennaio le pensioni con l’adeguamento deliberato. Ed in effetti, come vi ho già accennato, tutti le pensioni pagate fino a marzo hanno goduto della rivalutazione al 100%.   Quindi una buona parte dei pensionati, esclusi coloro che percepiscono importi fino a tre volte il minimo, hanno ricevuto nel primo trimestre 2019 un po’ di soldi in più, che lo Stato ovviamente rivuole indietro.
Ricapitolando, la saga delle pensioni 2019 prevede i seguenti due passaggi:
·      dal prossimo mese di aprile gli importi pensionistici saranno erogati con la rivalutazione prevista dalla legge finanziaria.  Quindi per una gran parte dei pensionati ciò comporterà una riduzione, sia pure contenuta, dell’assegno;
·      il recupero, in un’unica soluzione, di quanto erogato in più dall’INPS da gennaio a marzo.  In altre parole lo Stato si riprenderà indietro retroattivamente questi importi in un’unica volta.  E logica vorrebbe che ciò avvenisse con la pensione di maggio.
Ma si sa bene che la politica vive di consenso, e le trattenute o i recuperi sulle pensioni non sono ovviamente gradite dai nostri “Siori”.
Quindi, per il Governo giallo-verde si pone in questo momento una questione politicamente delicata, e cioè come e quando chiedere indietro i soldi ai pensionati.  E badate bene che non si tratta di quattro soldi, perché da questa “rivalutazione  differenziata” lo Stato incasserà 3,6 miliardi entro il 2021.  E si capiscono anche le “angosce” di Di Maio e Salvini, dovute al fatto che la relazione tecnica alla manovra finanziaria chiarisce che il blocco della rivalutazione si applicherà al 58% dei pensionati.   Tanti cittadini che il 26 maggio voteranno per le elezioni europee,  e che non sarebbero certo ben disposti con le forze di governo se a maggio vedessero la pensione decurtata.
Anche perché potrebbero essere portati a pensare che il “Governo del cambiamento” assomiglia tanto, ma proprio tanto, ai vecchi governi della nostra Italia, in cui la ricetta di Petrolini “tassate i poveri, hanno poco, ma sono tanti” è sempre stata rigorosamente applicata. E poiché non si sono mai visti “i tacchini votare per il Natale”, ritengo molto probabile che Il Governo rimanderà il fastidioso recupero dalle pensioni magari a giugno, dopo le elezioni.
A quanto è dato sapere questa ipotesi circola già nei palazzi romani, e sono pronto a scommettere che a breve verrà ufficializzata.
C’è solo un problema, che i pensionati dovrebbero considerare.  Che più si rimanda, per inconfessabili motivazioni elettorali, più sale l’importo che ogni pensionato dovrà alla fine restituire, e in un’unica soluzione potrebbe essere piuttosto sgradevole.
Ma l’importante è che non se ne parli fino al 26 maggio.
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