11 Luglio 2019 - 11.19

EDITORIALE – Pedemontana e ombre: presidente Zaia, dica una parola!

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di Umberto Baldo

Nel nostro Paese tutte le opere pubbliche, salvo rarissime eccezioni, trovano sempre l’opposizione di parte dei cittadini, che solitamente danno vita ad agguerriti “comitati per il NO”, che mettono in campo tutte le possibili forme di dissenso , da quelle di tipo giuridico, a quelle di carattere più “movimentista”.

Non poteva fare eccezione la cosiddetta “Pedemontana Veneta” (SPV), il progetto di superstrada che, una volta completata, collegherà Montecchio Maggiore a Spresiano, passando per il distretto industriale di Thiene-Schio, per Bassano del Grappa, Montebelluna e Treviso, interconnettendo tre autostrade ( A4, A31 e A27), per un totale di 94 chilometri.

Si tratta di un’idea che nasce negli anni ’70, quando lo sviluppo economico-industriale dell’area pedemontana veneta rese palese una crescente richiesta di mobilità. Che divenne sempre più impellente verso gli anni ’90, a seguito della progressiva massiccia urbanizzazione delle zone interessate, ed all’aumento esponenziale del traffico sull’Autostrada Serenissima.

Conseguentemente, nel 1990 questa arteria venne inserita nel Piano Regionale dei Trasporti della Regione Veneto.

Il progetto ebbe un iter piuttosto articolato e travagliato, tanto che bisogna arrivare al 2010, vent’anni dopo, perché si passasse alla fase degli espropri, ed alla posa della prima pietra, il 10 novembre 2011, in quel di Romano d’Ezzelino.

Altri otto anni sono stati necessari per l’apertura del primo tratto di 7,2 km, avvenuta lo scorso 3 giugno.

Inquadrata l’opera, la prima considerazione che mi viene spontanea è quella relativa ai tempi di realizzazione.

Mi capita di andare in Spagna ogni anno, ed ogni volta mi trovo davanti ad opere che l’anno precedente non c’erano. Ma opere pubbliche di una certa consistenza, tipo ponti, cavalcavia, bretelle, realizzate in pochi mesi.

Anche la Spagna è un Paese latino, ma a differenza che da noi lì il comparto “pubblico” funziona, con iter burocratici veloci, e tempi di realizzazione “umani”.

Voglio poi sgombrare il campo da qualsiasi dubbio. 

Non sono vicino e non aderisco ad alcun Comitato contro la Pedemontana. Anzi sono assolutamente convinto dell’utilità di questa nuova arteria.

Consiglio chi la osteggia di mettersi alla guida lungo l’attuale percorso stradale fra Treviso e Bassano, e non occorre farlo nelle ore di punta per rendersi conto che i tempi necessari sono “allucinanti”, sottacendo poi i rischi derivanti da un traffico spaventoso, che induce a sorpassi azzardati e altre infrazioni.

C’è poi un non trascurabile aspetto collegato all’economia delle zone interessate. Parliamo di una delle aree più industrializzate d’Italia, con esigenze logistiche e di viabilità che non possono essere né trascurate né minimizzate. Non è possibile infatti che nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro si cerchi di migliorare costantemente i tempi di produzione, pressando le maestranze, quando poi le merci o i manufatti prodotti, una volta caricati sui camion, si impantanano nelle colonne interminabili di mezzi sull’attuale viabilità.

E poi non credo opportuno, dopo 40 anni, che la Pedemontana finisca per allungare la corposa lista delle opere incompiute di questo nostro Paese.

Il collegamento pedemontano veneto poi non è neanche un’idea originale se ci pensiamo bene, visto che un’opera analoga è stata realizzata in Lombardia, la cosiddetta BreBeMi, la nuova arteria che collega Milano a Brescia in alternativa alla A4. Anche là ci furono opposizioni e contestazioni, ma alla prova dei fatti è un’autostrada che ha avuto nel 2018 un incremento di traffico del 20,9% sull’anno precedente, pur registrando tuttavia ancora un bilancio economico negativo, dovuto ai tassi di interesse sui prestiti ottenuti per la sua costruzione.

Ma i tempi di realizzazione non sono purtroppo il solo problema della Pedemontana Veneta, e mi riferisco alle inchieste giudiziarie.

A gettare lo scompiglio, in questi giorni, è il decreto di sequestro preventivo firmato dal gip Matteo Mantovani, che ha accolto le richieste del pm Cristina Carunchio. L’inchiesta riguarda il consorzio Sis e la società di progetto SPV, ed il reato ipotizzato è la frode nelle pubbliche forniture, attuata “realizzando i lavori di scavo della galleria di Malo, utilizzando materiali non marchiati CE e impiegando materiali (in particolare miscele di calcestruzzo) diversi da quelli previsti dagli elaborati progettuali”.

In parole povere il giudice parla di “frode in pubbliche forniture” (carenze gravi nei tubi di acciaio, nel pvc e del calcestruzzo), non di un reato bagatellare, che la Magistratura ipotizza potrebbe minare dalle fondamenta la solidità della galleria in corso di scavo.

Il decreto di sequestro fa parte della terza inchiesta vicentina sulla Pedemontana; la prima per omicidio colposo relativa alla morte nel cantiere dell’operaio Sebastiano La Ganga, avvenuta nel 2016 a seguito di un crollo, la seconda aperta dopo che nel settembre 2017 è ceduta la superficie sovrastante la galleria.

Le parole del gip sono piuttosto chiare: “I ripetuti crolli, l’incidente mortale, gli smottamenti, gli splaccaggi dello spritz (iniezioni di cemento sulla volta), la preoccupazione sempre maggiore da parte degli operai per la loro stessa incolumità, sono inequivoci segnali di evidenti problematiche di staticità della costruzione, riconducibili alla scarsa qualità del materiale impiegato… Il fatto che pur a fronte di questi eventi sempre più frequenti, non vi sia la decisione di arrestare l’opera o di intervenire in modo efficace per sostituire i materiali, dimostra che il perdurare dell’attività di costruzione secondo tali modalità non avrà altro effetto se non quello di aggravare le conseguenze del reato, per rispettare le strette tempistiche contrattuali altra scelta non rimane se non quella di proseguire come sempre si era fatto costruendo con il materiale a disposizione”.

Intendiamoci, come abbiamo visto il progetto della Pedemontana veneta non è certamente ascrivibile a Luca Zaia. L’attuale Presidente l’ha ereditato, e sicuramente sta cercando di portarlo a termine nel migliore dei modi.

Ma i fatti contestati dalla Magistratura rischiano di mettere in forse tutto il progetto, e soprattutto fanno adombrare il sospetto che nel nostro Veneto ci siano prassi analoghe a quelle che abbiamo purtroppo viste in altre realtà regionali, che giustamente hanno suscitato la nostra indignazione.

Ve lo ricordate il famoso viadotto Scorciavacche, sulla Palermo-Agrigento, che venne inaugurato la vigilia di Natale del 2015, e crollò la notte di Capodanno, dieci giorni dopo? Rammento che il crollo suscitò allora l’ironia del Vicepresidente del Senato Roberto Calderoli.

Ecco, ci piacerebbe non solo pensare, ma anche vedere, che il Veneto è un’altra cosa.

Pazienza che le opere pubbliche in Italia abbiano costi due/tre volte superiori rispetto agli altri Paesi Europei. Ci hanno sempre detto che talvolta sono riconducibili a caratteristiche orografiche del nostro Paese, ma quasi sempre ai cosiddetti “costi della politica”.

Ma almeno vogliamo essere rassicurati sul fatto che, una volta entrati con la nostra auto in una galleria, si abbia la ragionevole certezza di uscirne indenni.

Rassicurare i cittadini veneti spetta alla politica, e quindi spetta a lei Presidente Zaia!

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