5 Ottobre 2019 - 12.52

EDITORIALE – NOI VENETI VISTI DAGLI ALTRI: TRA “OSTREGA” E “SIORSÌ”

Vi siete mai chiesti: ma noi veneti come siamo visti dagli “altri”?Nell’immaginario collettivo sono finiti gli stereotipi che ci vedevano come un popolo di sempliciotti, baciapile, polentoni e avvinazzati?Sicuramente nei primi decenni della cinematografia italiana del dopoguerra il Veneto fu completamente estraneo agli interessi dei registi, come se la nostra terra fosse una realtà scialba ed insignificante, priva di qualsiasi rilevanza storica, sociale e culturale. E la riprova la troviamo nel film del 1953, “Pane amore e fantasia”, del grande Luigi Comencini, in cui ricorderete che il “prototipo” del  veneto era il  giovane carabiniere Pietro Stelluti, timido, impacciato, e con un pesante accento dialettale. Per passare dopo circa un decennio a “Signori e Signore” di Pietro Germi, le cui vicende si svolgono in un’imprecisata cittadina veneta, anche se il  film fu girato a Treviso, e raccontano di una gaudente compagnia di commercianti e professionisti della media e alta borghesia, che dietro un’impeccabile facciata di perbenismo, nasconde una fitta trama di tradimenti reciproci. Germi in questo film del 1965 enfatizza difetti ed ipocrisie della provincia veneta, riducendola però ad una macchietta da avanspettacolo.  Non c’è dubbio che quella immagine della nostra terra derivava dalla povertà. Il nostro Veneto era terra di emigrazione, che sapeva esportare solo domestiche e militari analfabeti, immortalati dal cinema come macchiette grazie ad atroci intercalari come “ostrega” e “siorsì”.Certo, dopo il “miracolo del nord est”, con un Veneto diventato una regione in grado di confrontarsi con la Baviera, le cose sono cambiate, ma non sono convinto che si sia del tutto modificata l’immagine che gli “altri” italiani” hanno di noi veneti. Per fare un piccolo esempio, io sono astemio da sempre, e non vi dico quanto questo fatto suscitasse stupore quando mi trovavo per lavoro in altre Regioni. Il commento più comune dei miei interlocutori era: Ma come, un veneto astemio?  Evidentemente per questi signori la mia “etnia” veneta sarebbe stata comprovata solo se mi fossi attaccato al collo di una bottiglia, fino allo stordimento!Certo non è facile superare i luoghi comuni che ci vedono come grandi bestemmiatori, xenofobi e razzisti, stakanovisti sul lavoro, grandi bevitori, baciapile.La realtà è ben diversa, e noi che in Veneto ci viviamo, lo sappiamo bene.La bestemmia, sicuramente da condannare, per molti veneti è quasi un intercalare, un riempitivo del discorso, una congiunzione, una rafforzatrice di concetti, un’esclamazione, un ‘espressione di rabbia.  Ma dalla mia esperienza, toscani e friuliani quanto a bestemmie non sono da meno, anzi.Sulla xenofobia sicuramente giocano le straordinarie fortune che la Lega ha avuto nelle provincie venete, ma non va dimenticato che il Veneto è anche terra di accoglienza e beneficienza.Sicuramente nell’animo dei veneti è radicata la cultura del lavoro, ma siamo anche un popolo che sa divertirsi, magari davanti ad un’ “ombra de vin”, o ad un bicchierino di “graspa”.Quanto all’attaccamento alla religione, anche da noi si è assistito ad una notevole laicizzazione della società, e sicuramente il Veneto non è più la “sacrestia” d’Italia. Ma gli stereotipi sui veneti non sono recenti.Un noto detto, risalente addirittura al 1500 recita: “Veneziani gran signori; Padovani gran dotori; Vicentini magna gati; Veronesi tutti mati; Udinesi, castellani, col cognome de furlani; Trevisani pan e tripe; Rovigoti, baco e pipe; i Cremaschi, fa cogioni; i Bressan, tagiacantoni; ghe n’è anca de più tristi: bergamaschi brusacristi; e Belun? Poreo Belun, te sé proprio de nisun”.Limitandoci alla terra veneta, alcuni di questi luoghi comuni  sono di facile spiegazione.Venezia è stata per secoli forse la città più ricca d’Europa, Padova dal 1222 ospita una delle più antiche Università del mondo.  Un po’ meno chiara la definizione dei veronesi, i quali sarebbero “tuti mati” o in conseguenza dell’aria frizzantina che soffia spesso dal Monte Baldo, o perché la città era sede di due grandi manicomi, uno a San Giacomo ed uno a Marzana.  Il trevigiano all’epoca della Serenissima era un territorio povero, e i trevigiani venivano quindi identificati come consumatori di pane e trippa, piatto povero per eccellenza. I “rovigoti” erano, secondo la tradizione, grandi bevitori e fumatori.La definizione di Belluno la si deve alla difficoltà a quei tempi di raggiungere la città.Ma senza dubbio il più “intrigante” è il modo in cui vengono indicati gli abitanti di Vicenza.Da dove può derivare il “Vicentini magna gati”, visto che in questo territorio non ho mai visto allevamenti di felini,  e non ho mai trovato i menù di osterie e ristoranti  proporre spezzatino o arrosto di gatto?Ovviamente non ho potuto fare altro che fare qualche ricerca al riguardo, e questi sono i risultati:Una prima ipotesi fa riferimento all’unico collegamento storico, risalente al  1509.  Fra le truppe della Lega di Cambrai, costituita contro la Serenissima, che quell’anno attaccarono Padova, c’erano anche soldati berici.  E proprio a questi vicentini i padovani avrebbero mostrato in segno di scherno dall’alto delle mura una gatta appesa a una lancia.Secondo una seconda ipotesi nel 1698 a Vicenza ci fu un’invasione di topi  con conseguente pestilenza. Per debellare questa calamità i cittadini avrebbero chiesto a Venezia di inviare una bella schiera di gatti.  I gatti ovviamente vinsero la sfida con i topi, ma rimase inspiegato il fatto che essi non rividero mai le famiglie veneziane, ma sparirono nel nulla.  Rimase quindi il dubbio  che cuochi fantasiosi avessero utilizzato la carne dei felini per sfamare i cittadini.Una terza ipotesi fa risalire il detto ad una teoria di origine fonetica, conosciuta già nell’Ottocento. In sintesi «hai mangiato?» in dialetto veneziano si pronunciava «ti ga magnà?», in padovano «gheto magnà?» mentre nel dialetto antico vicentino si affermava «gatu magnà?».  Sarebbe stata quindi questa pronunzia a dare origine al soprannome di «magnagatu» o «magnagati» dato in senso spregiativo dai rivali veneti ai vicentini. Come vedete, il mistero rimane ancora irrisolto, e quindi ognuno di voi può scegliere la spiegazione che più gli aggrada.Al riguardo non vanno dimenticate le tradizioni  culinarie straniere.  Ad esempio Charles Dickens, ne “Il Circolo Pickwick”, descrive un «pasticcio di gatto» mangiato allora abitualmente dagli inglesi.  Ma soprattutto dobbiamo essere coscienti  che un po’ tutti gli italiani, nei momenti di magra del passato, o quando le città erano sotto assedio, hanno sicuramente  consumato la bestiola «in tecia».Alla fine basta prendere atto che gli stereotipi sono difficili da eliminare o da modificare.Così i vicentini da oltre 500 anni sono identificati come “magna gati”: basta prenderla con filosofia, e soprattutto con un sorriso.

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