28 Giugno 2019 - 11.33

EDITORIALE – Ma lo sport è maschile o femminile?

Noi italiani siamo bravissimi a stigmatizzare quei Paesi in cui la parità uomo donna è ancora un miraggio. 
Niente da dire, per carità, è giusto indignarci ad esempio con  l’Arabia Saudita in cui la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo, in cui le donne hanno diritto a metà dell’eredità rispetto ai fratelli, in cui per sposarsi, e anche per operarsi (sic!), hanno bisogno del permesso del tutore, in cui  non possono aprire un conto in banca,  devono girare coperte dalla testa ai piedi dall’abajas,  non possono viaggiare da sole, non possono frequentare gli stessi locali degli uomini.  Paesi, e sono tanti, in cui nascere donna vuol dire avere una qualità della vita infinitamente peggiore rispetto a quella di un maschio.
Ma non siamo altrettanto decisi a rimuovere quelle limitazioni o condizioni, certo nulla di paragonabile all’ Arabia Saudita, che ancora creano discriminazione fra maschi e femmine nel nostro Paese.
Un esempio?   Lo sport.
In questi giorni in cui nei bar si discorre animatamente dei campionati mondiali di calcio femminile, e ci si lancia in pronostici sulla vittoria finale, in cui le nostre “azzurre” stracciano nazionali di Paesi molto grandi e di consolidata tradizione come l’Australia e la Cina, in cui le partite trasmesse su Rai 1 raggiungono lo share stellare del 30%, con prevalenza di pubblico femminile, ci si dimentica che  a queste nostre ragazze viene riconosciuto uno status giuridico incomparabilmente inferiore a quello dei colleghi uomini, che per inciso negli ultimi anni non stanno certamente brillando quanto a risultati.
Le atlete italiane spendono lo stesso tempo in palestra, nei campi da gioco, sulle piste, dei loro colleghi maschi.
Ma a parità di dedizione ed impegno, le atlete non solo non vengono riconosciute come professioniste, ma sono anche decisamente penalizzate.
La normativa di riferimento è l’annosa legge n. 91/1981. In quegli anni, in conseguenza del grande movimento economico che iniziava a ruotare attorno al mondo del calcio, lo Stato italiano fece una legge sul professionismo sportivo, appunto la 91/1981. Ma oltre che datata, e quindi non più rispondente alla realtà attuale, si tratta di una legge fatta frettolosamente, che stabiliva tutele doverose, ed elementari, che dovevano essere assicurate ad un lavoratore che faceva dello sport il suo lavoro e la sua professione.
Ancora oggi ad usufruire della legge sono solo quattro discipline: calcio, ciclismo, golf e pallacanestro, però solo nella loro “declinazione maschile”.
Quindi nel BelPaese si è creata una situazione per la quale nessuna donna che pratichi uno sport in via prevalente od esclusiva può vedersi attribuito lo status di “professionista”. 
E che questa possibilità possa essere riconosciuta solo agli atleti uomini lo trovo scandaloso, oltre che palesemente anticostituzionale.
Si potrebbe dire che ciò vale per tutte le sportive italiane, escluse le quattro sopra indicate.
Vero, e l’escamotage, per atleti ed atlete di discipline singole è quello di entrare in strutture militari. Fateci caso, tutte le nostre atlete, anche le più famose, sono o poliziotte, o finanziere, o carabiniere, e ciò per avere un minimo vitale e una doverosa protezione sociale.  
Il paradosso è quindi che il medagliere italiano in tutte le discipline è incredibilmente “militarizzato”. In questo siamo un unicum in Europa, a parte la Russia.
E badate bene che per le nostre ragazze impegnate in questi giorni in Francia, non essere riconosciute come professioniste significa non avere un lavoro per il quale siano riconosciuti i diritti elementari. Parliamo di mancanza di un contratto tipo, di contributi previdenziali, di tutele della maternità, della malattia, dell’infortunio, del Tfr.
Come accennato, le nostre calciatrici non possono avere un contratto.  I loro rapporti con le società calcistiche derivano da un “accordo” scritto fra le parti, che giuridicamente parlando è una scrittura privata, che esclude quindi ogni forma di lavoro autonomo o subordinato.
Quindi in Italia non solo non c’è una parità tra pratiche sportive maschili e femminili, ma tutte le atlete, comprese quelle che hanno vinto medaglie d’oro alle Olimpiadi e nelle gare nazionali e internazionali di massimo livello, per la legge fanno sport “per diletto”. 
E per non farci mancare proprio nulla, mentre nella maggior parte delle Federazioni italiane non sono previsti limiti di importi, la FIGC invece impone alle calciatrici un guadagno lordo che viene stabilito in 30.658,00 euro annui, a cui si sommano le indennità di trasferta, i rimborsi spese forfettari, le voci premiali, per un massimo di 61,97 euro al giorno per 5 giorni alla settimana.
Capite bene che si tratta di una “scandalosa elemosina” rispetto agli stipendi dei calciatori maschi, anche se in verità non tutti sono top player milionari come Messi o Ronaldo.
E fortuna che  negli “accordi” della FIGC è stata tolta la aberrante clausola “anti gravidanza”, per la quale se la calciatrice fosse rimasta incinta, il club avrebbe potuto risolvere il rapporto.
So bene cosa vi state chiedendo: e all’estero?
In Europa l’Uefa tessera 1.396 calciatrici professioniste e 1.457 semiprofessioniste.   Tra le professioniste 1098 ragazze giocano in patria, 298 all’estero.  Relativamente agli stipendi, la rivista francese France Football ha segnalato le calciatrici con gli ingaggi più alti. Così apprendiamo che Ada Hederberg è la più pagata con 400mila euro annui; le sue compagne di squadra del Lione Amandine Henry e Wendie Renard seguono a 360mila e 350mila euro.   Quarto posto per Carli Llyod, americana, che gioca nello Sky Blue, con 345mila euro, subito sotto la brasiliana Marta che pure gioca nel campionato stelle e strisce con 340mila euro.
Questa la realtà al di là delle Alpi, e forse adesso vi è un po’ più chiaro perché molte delle nostre “azzurre” giocano nei campionati europei, e non in quello italiano.
Badate bene che il mio ragionamento non mira a sostenere che una calciatrice debba necessariamente avere uno stipendio alto.  Non è questo il punto.
Si tratta di un problema di diritti, che, a parità di lavoro, non possono essere diversi fra un uomo ed una donna.
E al riguardo a nulla valgono le obiezioni delle società calcistiche che sostengono che non possono permettersi la contrattualizzazione in blocco delle atlete. Perché le condizioni economiche dei club non possono giustificare limitazioni ai diritti di una lavoratrice.
Comunque la strada per la parità sembra ancora lunga, nonostante questo Governo, che però adesso ha il fiato corto, abbia annunciato di voler provvedere ad una grande riforma della materia.  Al momento i segnali non sono incoraggianti, dato che un quotidiano nazionale (uno solo in verità, e ciò la dice lunga) riportava qualche giorno fa la notizia della bocciatura dell’emendamento per il riconoscimento del professionismo, che avrebbe permesso di equiparare le calciatrici ai colleghi maschi.  E, ironia della sorte, ciò è avvenuto in Commissione Cultura della Camera nello stesso giorno in cui le atlete allenate da Milena Bertolini hanno battuto le colleghe della nazionale giamaicana con una cinquina di reti.
Perfettamente in linea con la prassi della nostra politica; tante belle parole, nessun atto concreto.
Tutti ci auguriamo che il cammino “mondiale” delle ragazze del calcio possa continuare, perché i successi aiutano e stimolano la crescita di una disciplina.
E sicuramente più il calcio femminile si svilupperà anche in Italia, più ci sarà bisogno di adeguare la normativa, per dare la possibilità di regolare al meglio i tanti e sempre maggiori interessi economici che inevitabilmente nascono tra le due parti.
Quindi al team italiano ai mondiali francesi tocca in sorte il compito di traghettare il calcio femminile da passatempo dilettantistico a sport “con dignità”.
In bocca al lupo azzurre!  Avanti tutta, fra cronaca e storia, senza alcun timore o soggezione, con la speranza che le vostre imprese possono dare la stura ad un grande cambiamento del costume e del pensiero made in Italy sulle donne.

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