28 Novembre 2018 - 11.55

EDITORIALE – Perché lo spread che cresce è una parolaccia per tutti

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Se una persona vi chiedesse un prestito, immagino che prima di dargli i soldi, o gli schei alla veneta, valutereste le probabilità che questo soggetto sia in grado di restituirveli, volendo usare un’espressione più tecnica la sua “solvibilità”.
Allargando il campo, il meccanismo è esattamente lo stesso con il debito pubblico degli Stati, i Bot ed i Bpt tanto per capirci meglio. I quali titoli, con cui la Repubblica italiana paga “spesa corrente” quale i costi ed esempio di scuola e sanita, oltre che le pensioni, sono messi ogni mese sul mercato e acquistati da noi cittadini-investitori, dalle Banche e dalle Assicurazioni, e per circa il 30% anche dai grandi Fondi di investimento internazionali.
Restando sugli investitori esteri, rispondete a questa semplice domanda: se fossi il gestore di un fondo pensione inglese o americano, e dovessi quindi garantire una vecchiaia serena ai miei assistiti, dove investirei?
 Nei titoli emessi da Stati valutati con la tripla A, come quelli tedeschi od olandesi, o in quelli di un Paese come l’Italia valutati con una tripla B?    Nel debito di Paesi che pensano al futuro e tengono i conti in ordine, o in quello di un Paese che sceglie l’assistenzialismo più deteriore, la spesa pubblica improduttiva, la nazionalizzazione di aziende decotte?
Mi auguro non abbiate alcun dubbio al riguardo.
E quindi vedete che come voi valutereste la solvibilità di chi vi chiede gli schei in prestito, parimenti i mercati valutano la solvibilità dello Stato emittente i titoli.
La conseguenza è che se decidete di investire solo su Stati valutati dalle Agenzie di rating come “solvibili” (tipo la Germania), vi accontenterete di un tasso di interesse basso, o addirittura negativo come in questi ultimi anni.  Diversamente, se optate di comperare i titoli di uno Stato con una valutazione più bassa, come ad esempio l’Italia, e quindi con una probabilità maggiore che non vi restituiscano i soldi, chiedereste una remunerazione del rischio, vale a dire un tasso di interesse più alto.
E siano arrivati al concetto di spread. Che, senza usare l’inglese, non è altro che il differenziale fra il tasso richiesto da un investitore per acquistare i Btp italiani piuttosto che Bund tedeschi. Ecco perché lo spread è cosi importante per l’economia italiana; perché più  alto è il suo valore, maggiore sarà l’importo per interessi che dovremo pagare  agli investitori (in termini più forbiti “differenziale”).
Chiarito il meccanismo, capite bene che una classe politica e di governo avveduta non può non preoccuparsi della crescita dello spread. Certo si può anche fare una bella “pernacchia”, o urlare un bel “me ne frego”, ma queste risposte non hanno vita lunga, perché le ricadute sul complesso dell’economia sono innegabili, e possono essere anche devastanti.
E sicuramente non è un caso se Google, il noto motore di ricerca, abbia di recente reso noto che nei primi tempi del governo gialloverde le parole più ricercate erano “reddito di cittadinanza”, “quota 100” , “Di Maio”, “Salvini”, mentre adesso la parola più “cliccata” è spread.
Gli italiani si stanno preoccupando, giustamente, dell’impennata di questo “differenziale”, che se rimanesse stabilmente sui 300 punti base come negli ultimi tempi, farebbe vedere i suoi effetti negativi già a breve.
A parte l’aumento della spesa per interessi che lo Stato dovrebbe sborsare, valutata in 1,5 miliardi quest’anno, a oltre 5 nel 2019 e 9 nel 2020, c’è poi la riduzione del valore dei Btp nei portafogli degli italiani, che da giugno ad oggi si calcola in circa il 2% (poco meno di 85 miliardi).
Altro effetto l’aumento dei tassi dei nuovi mutui, che molte Banche hanno già applicato.   Da non trascurare la fuga di capitali da parte degli investitori esteri, i contraccolpi sul capitale di Banche e Assicurazioni, ed in generale un freno alla ripresa della nostra economia.
Nonostante qualche preoccupazione che si percepisce anche parlando con la “Siora Maria” o il “Sior Bepi”, non posso non osservare che noi italiani ci poniamo nei confronti dell’Europa con un atteggiamento un po’ schizofrenico. Da un lato votiamo massicciamente due forze intrise di antieuropeismo e sovranismo, e sembriamo approvare il loro confronto muscolare con Bruxelles, dall’altro a grande maggioranza vogliamo tenerci stretti l’euro, come dimostrano recenti sondaggi demoscopici sul tema. Analogamente, invece di rispondere positivamente agli inviti del Governo a sottoscrivere titoli del debito pubblico italiano, l’ultima asta del Btp Italia si è rivelata un flop, il peggiore dal 2012.   Mi sembra quindi assodato che chi avesse eventualmente pensato ai risparmi degli italiani per una possibile riedizione dell’ “Oro alla patria”, in risposta alla “inique sanzioni della Ue”, farà bene a tenere presente che noi italiani siamo sempre favorevoli alle barricate,…. però con i mobili degli altri.
E’ evidente che quello che serve è un netto cambio di toni, perché solo con un approccio più conciliante riusciremmo a rompere l’isolamento del nostro Paese in ambito europeo.  Isolamento, si badi bene, totale, perché nessun altro Stato, anche quelli che dovrebbero condividere l’attuale “visione” politica italiana, come ad esempio Ungheria, Austria, Polonia,  ci hanno offerto una sponda, anzi al contrario sono stati fra i più determinati nella richiesta di “punire” l’Italia.
Il problema non è economico, ma politico.  E con lo “spezzeremo le reni all’Europa” non si fa molta strada.
I risparmiatori italiani sono sfiduciati e diffidenti, Banche e Assicurazioni più di tanto non potranno fare se gli investitori esteri continueranno a vendere, o a non comprare, i nostri Btp.
Non resta al Governo altra strada che quella di cercare di creare un quadro più sereno, e per questo servono garanzie su un programma politico più affidabile.
Diversamente il mare resterà tempestoso, e la nave Italia rischierà di infrangersi sugli scogli.
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