12 Aprile 2019 - 9.27

EDITORIALE – La Lega non ce l’ha più duro: che fine ha fatto il Nord?

Vuoi vedere che Salvini ha ragione a voler fare della Lega un partito nazionale, abbandonando le battaglie identitarie “nordiste”?
Questo è quanto sembra potersi dedurre da un recente sondaggio Demos, secondo il quale un leghista su tre si definisce “prima italiano”.
A onor del vero il sondaggio mostra uno spaccato del nostro Paese che evidenzia che noi italiani siamo sempre più legati al “particolarismo territoriale”, a conferma che l’Italia resta prima di tutto un insieme di “campanili”.
Ma tornando a quel 30% di leghisti che si sentono “prima italiani”, non si può non osservare che se questa tendenza fosse confermata, o addirittura dovesse accentuarsi, ci troveremmo di fronte ad una vera e propria “metamorfosi storica”.
In tempi rapidissimi il “Capitano Salvini” ha rivoltato il partito come un calzino.
Via ogni riferimento al Nord!   Via il grido “Padania libera”!  Via il famoso “La Lega ce l’ha duro” del Fondatore Umberto Bossi! Via il “paroni a casa nostra”!
Ma che fine hanno fatto personaggi come Orsenigo, che in piena “tangentopoli”, in quel di Montecitorio, sventolava il cappio, nella rappresentanza simbolica degli intenti del suo partito?
Allora la parola d’ordine era “pulizia”, dai politici corrotti, dai clandestini, dagli affaristi e dagli arricchiti a spese del popolo padano, oppresso dalle tasse “romane”.
Erano gli anni in cui il “Senatur” ascendeva a Pian del Re, alle sorgenti del Po sul Monviso, per riempire la “sacra ampolla” da riversare poi nella laguna di Venezia, nel corso dell’annuale “Festa dei Popoli padani”.
Erano gli anni del “raduno di Pontida”, che vedeva convergere migliaia di leghisti, che sul “sacro suolo” issavano la bandiera della “padania” (il sole delle Alpi) al canto del “Và pensiero” di Giuseppe Verdi.  E durante il quale nel 2008 un rappresentante per ogni “nazione” della Padania  (dalla Val d’Aosta al Friuli) pronunciò nella propria lingua, o dialetto, il seguente giuramento:
«Oggi, sul sacro suolo di Pontida di fronte alla sua millenaria abbazia e alla sua storia, dopo otto secoli or sono i nostri comuni riunirono in lega e giurarono di combattere contro il potere straniero noi rappresentanti dei popoli padani si giura di difendere la libertà dei nostri popoli padani dal potere romano e ciò si fa giurare anche ai nostri figli.»
In fondo sono fatti di pochi anni fa, ma guardando la Lega di oggi sembrano preistoria.
Preistoria le invettive contro Roma, sentina di tutti mali, preistoria le intemerate a favore della Padania libera, preistoria le battute omofobe, preistoria il federalismo fiscale e la secessione.
La “Lega di governo” ha cambiato tutte le prospettive, allargando gli orizzonti, e acquisendo una valanga di consensi nelle Regioni del centro-sud, dove fino a poco tempo fa sembrava pura follia il solo presentare una lista elettorale.
E’ la metamorfosi “sovranista” imposta dal “Capitano” che, almeno al momento, sembra funzionare alla grande.
Resta da capire se questa “rivoluzione” non finirà per creare un “vuoto politico” nelle regioni del Nord.
Io credo infatti che sia un grave errore considerare il Nord solo un contenitore di voti.
Trascurare le esigenze della parte più produttiva del Paese avrà le sue conseguenze, e sono certo che se non oggi, domani, quelle esigenze torneranno a bussare alla porta della politica.
Sono  i pendoli della storia, e si sa che la politica non ammette vuoti.
Un primo segnale potrebbe essere la ricostituzione, proprio in questi giorni, del nuovo “Partito dei Veneti”, che raggruppa i principali movimenti della galassia veneta pro-indipendenza ed autogoverno: Siamo Veneti, Indipendenza noi Veneto, Gruppo Chiavegato, Progetto Veneto Autonomo, Veneto Stato d’Europa.
In estrema sintesi gli obiettivi della nuova forza politica sono esattamente quelli che una volta erano i “cavalli di battaglia” della Lega Nord del “Senatur”.
Al riguardo Zaia e Salvini qualche domanda dovrebbero porsela.
E farebbero anche bene ad ascoltare gli umori che circolano fra i cittadini del Veneto, a proposito di provvedimenti “indigesti” quali il reddito di cittadinanza, o da ultimo il salvataggio di Roma.
Al riguardo, io penso che se c’è un provvedimento che più di ogni altro mostra la “mutazione genetica” della Lega è il “salvataggio di Roma”, annunciato dalla Sindaca Raggi e dalla Viceministro dell’economia Laura Castelli. Un provvedimento che prevede, come sempre, che lo Stato si accolli gran parte dei 12 miliardi di debito “storico” della capitale. Una “bazzeccola” che costa quasi come una manovra finanziaria, ma che è “puro ossigeno” per la disastrata amministrazione romana. In altri tempi la Lega avrebbe fatto il diavolo a quattro per contrastare un’operazione del genere, ma il nuovo corso impone evidentemente di sostituire l’obsoleto “Roma ladrona” con il più attuale “salviamo la Raggi”.
Resta il sondaggio Demos a certificare che un elettore leghista su tre si sente oggi “prima italiano”.
Ma si sa che i sondaggi sono come la rena del mare; sempre in movimento in balia dei venti e delle onde.

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