5 Agosto 2019 - 19.17

EDITORIALE – Iroso è ormai leggenda

di Ulisse Padovano

Ricorderete certamente che Tviweb ha dedicato due editoriali alla vicenda di Iroso, l’ultimo mulo alpino, lo scorso gennaio in occasione del suo quarantesimo compleanno, e poi ad aprile quando, come dicono gli alpini, Iroso è “andato avanti”.
Ma storie come questa, che sembrano “piccole”, ma che sono comunque in grado di suscitare emozioni fra gli alpini, non cambia se in servizio o in congedo, perché “alpini lo si è per sempre”, non possono non avere un epilogo. Ed in effetti oggi mettiamo la parola fine all’epopea di Iroso, raccontando cosa è successo dopo quel 28 aprile, l’ultima alba vista dal mulo soldato.
Dato l’affetto degli alpini per i loro muli, che nella storia hanno sempre accompagnato le nostre truppe da montagna, era impensabile che non ci fosse un “ultimo saluto”.
E così è stato, lo scorso 19 luglio, al calar del sole, fra i cipressi dell’antica Pieve di Sant’Andrea, in quel di Vittorio Veneto.
Aperta dall’alzabandiera, a testimonianza che Iroso era un militare a tutti gli effetti dell’esercito italiano, con tanto di numero di matricola 212, la cerimonia è proseguita con l’esecuzione della “canzone del Piave”, con gli onori ai caduti, con gli interventi di saluto delle autorità presenti,  con alcuni canti eseguiti dal coro dell’ANA, fra i quali la canzone titolata “Generale Iroso” composta dal direttore del coro Claudio Prevedel, ed ha trovato il suo epilogo nella deposizione delle sue ceneri alla base del Monumento alle Penne Nere (a al mulo) nell’area verde adiacente la Pieve di Sant’Andrea.  Ceneri che sono state posizionate nel tubo realizzato nel basamento di roccia del monumento, dove è stata inserita nel 2008 la pergamena di inaugurazione.  Alla cerimonia erano presenti più di 500 persone, fra cui anche rappresentanti delle altre armi dell’esercito.
La commozione ha catturato non solo gli alpini allorché il tenente in congedo Nocentini ha ricordato quel lontano settembre del 1993, quando riuscì a salvare dalla macellazione Iroso ed altri 12 muli. «Mi era stato ordinato di non dire nulla sull’asta di vendita dei nostri muli. Ma quando seppi che i macellai volevano acquistarli per farne salami, ebbi uno shock che mi percorse la schiena. Organizzai subito una colletta fra gli alpini, ma capii che ci volevano troppi soldi. E in ogni caso era fuori del regolamento. Quindi invitai Antonio De Luca, imprenditore forestale, a una prova di generosità. Toni accettò. Ed oggi possiamo considerarlo un piccolo eroe della grande storia degli alpini e dei muli».
È toccato quindi a De Luca raccontare il seguito della storia. L’anno successivo al salvataggio c’era l’adunata nazionale a Treviso.  Non era prevista la sfilata dei muli, in quanto la Presidenza dell’Ana era assolutamente contraria.
Ma De Luca e compagni non vollero sentire ragione: “Portammo i muli e sfondammo i ‘muri’ che dovevano impedirci di sfilare. Fu un’apoteosi». Da allora non c’è stato raduno a cui i quadrupedi non abbiano partecipato.
Alla cerimonia non ha potuto partecipare per altri impegni istituzionali il Governatore Luca Zaia, che ha però reso note le parole che avrebbe pronunciato accompagnando le ceneri di Iroso: “Si merita sicuramente di essere considerato un vecchio alpino per quanto ha rappresentato per le Penne nere, ma io lo sento anche come un vecchio amico. Ho quindi un motivo in più per ringraziare e mandare un sincero saluto a tutti coloro che domani parteciperanno alla tumulazione di Iroso, mulo che rimarrà un simbolo nella storia delle nostre truppe alpine e del Veneto. Al Mulo con la emme maiuscola confermo commosso il mio omaggio e quello di chi crede nei valori della nostra cultura veneta.  Lo avevo soprannominato generale perché Iroso è stato veramente un simbolo del legame secolare tra l’uomo e l’animale, tra l’Alpino e il Mulo. I suoi occhi profondi e di un’espressività unica mi erano rimasti impressi fin dalla prima volta che lo vidi ad un’Adunata. Aveva la rugosa serenità di quei nostri vecchi, provati dalla vecchiaia e dal lavoro ma forti nella solidità di una vita vissuta. Nella sua espressione si leggevano la docilità e la forza che da sempre, insieme alla fedeltà, hanno fatto del mulo il fratello dell’alpino nelle fatiche della guerra e del lavoro in tempo di pace”
Da domani Iroso sarà un simbolo ulteriore, uno dei rari animali che riposano sotto un monumento. Ha avuto in sorte di vivere a lungo, molto per una bestia, grazie ai sentimenti di chi conosceva i muli e non ha accettato che fossero solo mezzo di lavoro prima e carne da macello poi. Ringrazio l’alpino De Luca per quanto ha fatto e la sezione Ana di Vittorio per l’organizzazione della cerimonia. Un momento che conferma come un affetto così grande non si estingue con un tratto”.
Ma di Iroso si era parlato anche qualche giorno prima, il 13 luglio, al museo delle Forze Armate di Montecchio Maggiore, dove la delegazione della sezione reparto salmerie ha portato una foto-quadro del “generale”, in occasione dello scoprimento di una targa con la scritta “Iroso” sulla riproduzione in vetroresina in dimensione reale di un mulo, ospitata nel museo.
Mentre lo zoccolo con il numero di matricola 212 verrà portato e collocato al Doss di Trento, al Museo storico delle truppe alpine dell’ ANA nazionale.  Nel museo sarà riservato un angolo alle “Salmerie”, dove troverà posto lo zoccolo, vera “reliquia” per gli alpini.
Qui finisce la storia di Iroso, l’ultimo mulo degli alpini, che lo scorso 28 aprile ha raggiunto i suoi “commilitoni”, e ci piace pensarlo, come nei miti antichi, mentre bruca tranquillo nei pascoli per l’eternità.
Ma il suo nome non è morto con lui.
E’ noto che l’ex campione di ciclismo Marzio Bruseghin ha una “passionaccia” per gli asini, che alleva nella sua tenuta sulla collina di Vittorio Veneto, a 400 metri di altezza. Una località in cui lo sguardo si apre sul panorama spingendosi, dopo i vigneti di Glera, fino a Serravalle. Ai circa trenta asinelli che sono parte della “famiglia” Bruseghin, nei giorni scorsi se n’è aggiunto un altro, un “cucciolo” ai quale è stato imposto il nome di Iroso.
Il “nuovo Iroso” non è un mulo, ma un semplice asinello, che si trova sulle spalle il fardello di un nome che passerà alla storia.
Quindi non è un passaggio di testimone, ma il segnale che il nome Iroso è ancora ben vivo nella memoria dei veneti, e che resterà  presente nei cuori dei “veci” e dei “bocia”, almeno fino a quando esisteranno gli alpini.

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