23 Dicembre 2018 - 9.45

EDITORIALE – Il Quantitative Easing spiegato semplice

Vorrei continuare ad affrontare il tema delle locuzioni in lingua inglese che il “Sior Bepi” e la “Siora Maria” hanno modo di sentire in televisione o alla radio, e di cui magari non conoscono bene il significato.  Una di queste, che impatta sulla nostra vita anche se non ce ne rendiamo conto, è il cosiddetto “Quantitative Easing”, di cui si parla molto in questi giorni, e di cui si continuerà a parlare soprattutto l’anno prossimo.
Non si tratta di un concetto molto difficile da capire.  Comunque, proviamoci.
Tutti sanno che lo Stato per procurarsi i soldi necessari per erogare i servizi ai cittadini, ad esempio per far funzionare gli ospedali e pagare le pensioni, e poi per sostenere l’economia, impone ai cittadini imposte e tasse.
Poiché la spesa pubblica è da decenni stabilmente superiore alle entrate tributarie, lo Stato o sospende i servizi, oppure si procura in altro modo i soldi che gli servono.
E per incassare altre risorse firma di fatto dei “pagherò”; meglio emette delle obbligazioni, tipo i BTP, con le quali di impegna a restituire il capitale alla scadenza, oltre agli interessi (cedole).
I titoli del debito pubblico possono essere acquistati dai cittadini, dalle imprese,  dalle Banche e dalle Assicurazioni, e anche da investitori esteri.
Tra i principali acquirenti di questi titoli ci sono appunto le Banche, che hanno quindi grandi quantità di denaro immobilizzate proprio perché investite nei BTP.
E’ chiaro quindi che più soldi sono investiti in titoli di Stato, meno ne restano alle Banche per fare appunto le Banche, vale a dire per prestare denaro ai clienti che ne hanno bisogno per la loro attività, o per qualsiasi altro motivo.
Questa situazione ha assunto toni drammatici in conseguenza della crisi del 2008 e del 2011, tanto da indurre le principali Banche Centrali ad attivare programmi di “Quantitative Easing” (QE).
Quantitative Easing è un’espressione inglese che in italiano, tradotta alla lettera, significa “alleggerimento quantitativo”.
E’ appunto una misura con cui una Banca centrale effettua degli acquisti programmati di titoli finanziari (solitamente titoli di Stato tipo i BTP, ma anche obbligazioni di grandi aziende) negoziati sul mercato.
E da chi li compra?  Ovviamente da chi ce li ha, e quindi principalmente dalle Banche.
Ma a cosa serve il QE, si stanno sicuramente chiedendo il “Sior Bepi” e la “Siora Maria”?
Lo scopo che le autorità monetarie si prefiggono con il QE è in linea massima quello di mettere più soldi in circolazione (gli addetti ai lavori direbbero “ampliare la base monetaria in circolazione”), in modo da stimolare l’economia.
È ciò che hanno già fatto negli anni scorsi, molto prima della Bce, altre banche centrali  come la Federal Reserve americana, la Bank of England britannica, e la nipponica Bank of Japan.
Il Quantitative Easing della Bce è partito nel marzo 2015, e tanto per avere un’idea delle dimensioni dell’intervento, gli acquisti di titoli sono stati per 60 miliardi al mese tra marzo 2015 e marzo 2016, 80 miliardi al mese nei 12 mesi successivi, e  60 miliardi da aprile 2017 e dicembre 2017. C’è stata poi una diminuzione a 30 miliardi al mese per i primi sette mesi del 2018, e a 15 miliardi lo scorso ottobre.  Il tutto per un totale di 2,1 trilioni di miliardi, di cui 362 solo per l’Italia.
Quali sono stati gli effetti?
Sicuramente un impatto sull’andamento del costo della vita e del potere di acquisto della moneta. Perché mettendo più soldi in circolazione si riduce il valore della moneta (si svaluta), con il conseguente aumento dei prezzi. Si potrebbe pensare che la crescita dell’inflazione sia una cosa negativa perché fa aumentare i prezzi, ma alla Bce sanno bene che un livello ottimale di inflazione (stimato in circa il 2%) evita che si finisca in deflazione, che è una situazione ben più pericolosa, perché l’economia si ferma e si perdono posti di lavoro.
C’è poi stato un effetto diretto sui conti dello Stato, in quanto il QE ha fatto calare di  molto l’importo degli interessi pagati ai possessori di BTP, liberando così risorse da destinare a politiche di investimento e di sostegno all’economia.
Anche banche e clientela hanno tratto benefici.   Cedendo BTP alla Bce, le Banche italiane sono state  stimolate  ad aumentare i prestiti concessi alle famiglie e alle imprese, in questo aiutate anche dalla politica dei “tassi a zero” imposta dalla Banca Centrale.
Siccome tutto ha un fine, anche il QE della Bce sta per andare in soffitta.
Lo ha confermato il Governatore Mario Draghi il 13 dicembre scorso.
Quali le conseguenze?
E’ inevitabile che per l’Italia aumenteranno i costi per pagare le cedole dei BTP, con effetti negativi sul bilancio dello Stato.
Poi, se mettiamo insieme il fatto che la domanda di titoli del debito pubblico diminuirà per via della riduzione del programma di acquisti della Bce, al quasi certo innalzamento dei tassi a medio e lungo termine importato dagli Usa, è inevitabile pensare a dei riflessi non positivi sul nostro Paese, fra cui un aumento dei tassi dei mutui.
Secondo l’osservatorio sui conti pubblici guidato da Carlo Cottarelli il rialzo dei tassi legato alla fine del QE costerà quest’anno poco meno di 800 milioni, per aumentare nel 2019 fino a quota 3,7 miliardi.
Quindi prospettive non del tutto tranquillizzanti.
C’è da dire però che la Bce ha sì deciso la fine del QE, ma Mario Draghi ha fatto capire che il sostegno all’economia europea continuerà, per cui è molto probabile che nel caso i dati economici non confermino le attese, soprattutto quello relativo all’inflazione, il QE potrebbe continuare, magari con modalità diverse.
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