11 settembre 2017 - 8.12

EDITORIALE- Festa dei 8 e Rua, adesso basta: togliamo Vicenza dall’Ottocento

Un incendio e un diluvio. Se questi non sono segni abbastanza evidenti che è tempo di cambiare, non so cosa altro bisogna aspettare.
L’incendio è quello che si è sviluppato proprio nella giornata dell’otto settembre in Campo Marzo, luogo della festa vicentina per antonomasia, e che ha distrutto due bellissimi cipressi, bruciati come una pira nell’arco di pochi minuti. C’è stato chi ha ripreso tutto con lo smartphone e chi ha scattato delle fotografie. Fra cent’anni quelle immagini forse avranno un valore. Oggi il significato è soprattutto simbolico. Da tanto tempo stiamo dicendo che qualcosa non va nel parco cittadino, ma mai prima di oggi si erano visti gli alberi andare a fuoco. E per cosa, poi? Per una sigaretta accesa lasciata vicino agli alberi da uno dei tanti senza-tetto che hanno eletto il parco a dimora. E una città civile come Vicenza, con tutta la sua ricchezza e tutta la sua compassione, non riesce a trovare una soluzione. Chi vive a Campo Marzo non è immigrato dall’Africa, non è straniero. Si tratta di giovani e meno giovani italiani, arrivati ai margini della società e della vita a causa principalmente dell’abuso di stupefacenti. Sono eroinomani, ma questo non significa che debbano essere lasciati sotto un albero nel parco. Certo ci sono difficoltà: loro non accettano facilmente le regole, spesso non sono nemmeno vicentini, preferiscono vivere di espedienti che smettere di bucarsi. Loro. E noi? Cosa preferiamo? Preferiamo girarci dall’altra parte, vivere un’altro giorno in paradiso – come cantava Phil Collins – e far finta che il problema non sia nostro? E’ esattamente questo quello che stiamo facendo, e non riusciamo a dare un tetto, un aiuto, un percorso ad una decina – massimo venti – persone. E poi ci sorprendiamo se l’otto settembre due cipressi vanno in fumo.
Alla fine è meglio concentrarsi sulle giostre. Già, quelle giostre per le quali molti si sono battuti: per farle tornare a Campo Marzo dopo qualche anno di esilio in via Battaglione Framarin. E adesso che sono tornate, chi ci va alle giostre? Pochi, sempre meno, quasi nessuno. Il Luna Park di Vicenza è triste, sempre uguale a se stesso, con sempre meno attrazioni. Le giostre non arrivano nemmeno alla fine di viale Dalmazia. Non ci vuol rendere conto che si tratta di un genere di divertimento che non diverte più nessuno, non ci si vuol rendere conto che – con le stesse spese – una famiglia preferisce portare i figli a Gardaland: è più bello, più moderno, ci sono servizi e non c’è la vista sui drogati italiani e sugli spacciatori nigeriani. Molti approfittano proprio dell’otto settembre: prendono la macchina al mattino, contando sul fatto che solo i vicentini fanno festa, raggiungono il lago di Garda e quindi uno dei parchi a tema, restano fino a sera e in Campo Marzo non ci mettono nemmeno piede. Un tempo – all’arrivo della festa dei Oto – calavano dalla campagna, oggi non arriva nessuno e alla fine sembra quasi più vitale la Fiera del Soco.
Il diluvio, invece, è quello che ha salutato il giro della Rua, altra tradizione tirata fuori dal dimenticatoio e che adesso si vuole a tutti i costi far passare per appuntamento sentito dai vicentini. In realtà non ce ne frega niente. L’ultimo vero giro della Rua è stato quello del 1928: recentemente ho visto in televisione delle immagini dell’istituto Luce. Allora si era una festa popolare. I bambini venivano fatti salire sulla giostra, figuranti in costume salivano ad altezze vertiginose e altri erano tutti fieri si cavalcare cavalli di cartapesta. Ma la gioia si vedeva nella gente, che certo non aveva molti altri momenti di pubblico divertimento. Oggi tutto suona un po’ falso: la Rua e la Ruetta… provate a chiedere ai più giovani, non sapranno nemmeno dire che Rua è una forma dialettale per significare Ruota e certo non sapranno perché a Vicenza si sia costruita quella specie di torre. Ma c’erano tante persone in piazza, sabato sera, si potrebbe obiettare. Non è vero: semplicemente si è inventata una forma di partecipazione facendo partecipare tutte le associazioni sportive, tutto il volontariato, gli ordini professionali. E’ il solito vecchio trucco per far in modo che un po’ di gente faccia da sfondo per le riprese televisive. Provate a far pagare un euro di biglietto ai vicentini, la prossima volta, e vediamo quanti ci vanno. E’ una tradizione falsa, ricostruita, non sentita. Si alterna con la partita a scacchi di Marostica, ma quella attira pubblico anche dall’estero, la nostra povera Rua non farebbe muovere nemmeno da San Pio X. E allora trovo giusto che sia venuto giù il diluvio, lo trovo un segno, un monito. Se per caso abbiamo speso due lire pubbliche per questa baracconata, per favore, non spendiamoli più. Usiamoli per quei ragazzi che dormono sotto gli alberi di Campo Marzo o per qualsiasi altra buona ragione. E se l’anno prossimo decidessimo di non far arrivare le giostre in Campo Marzo, anche questa potrebbe essere una buona idea. Volete un suggerimento? Trasformate il prato in una enorme pista da ballo e chiamate le scuole di ballo latino: muovono migliaia di persone. Oppure fate arrivare le scuole di danza classica e fate fare loro il saggio di fine anno, anche quelle fanno girare numeri importanti. Qualsiasi cosa, purché si esca dall’Ottocento e si cerchi di entrare nel nuovo millennio.

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