3 Ottobre 2019 - 12.51

EDITORIALE – ELEZIONI REGIONALI, NEI PARTITI L’OPINIONE BATTE L’IDEOLOGIA

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Come per tutti i mortali, anche per le formazioni politiche “gli esami non finiscono mai”.   E per Partiti gli esami si chiamano elezioni, e gli esaminatori siamo noi cittadini.
Lo sanno bene nelle segrete stanze delle Segreterie politiche romane, e credetemi che, al di là delle ostentazioni di tranquillità e sicurezza,  a qualche leader, quando pensa alle prossime elezioni regionali, sudano le mani.
Il perché è intuitivo.  Il 27 ottobre si vota per le elezioni regionali in Umbria, ed il 26 gennaio 2020 in Emilia Romagna.  In verità, anche se non si sa ancora la data, c’è un terzo appuntamento, in Calabria, ma per quanto importante, il risultato di questa regione ha un “peso politico” decisamente inferiore.
E non perché la Calabria sia meno rilevante dell’Umbria, ma perché gli altri due appuntamenti elettorali si svolgono in quelle che fino ad ora venivano chiamate le regioni rosse.
Nella Prima Repubblica il cosiddetto “triangolo rosso”, costituito da Emilia Romagna, Toscana ed Umbria, si contrapponeva all’ “area bianca” di Veneto e Trentino, dove era la Dc ad incassare costantemente oltre il 50% dei voti.
Il passaggio alla cosiddetta Seconda Repubblica si era di fatto concretizzato con lo sfondamento della Lega Nord di Bossi nell’ “Area Bianca”, ma in compenso l’ ”Area Rossa” aveva tenuto, annettendosi per di più anche le Marche.
Era la parte d’Italia, l’ “Italia di mezzo”, segnata per più di mezzo secolo dall’egemonia del Partito Comunista Italiano, e successivamente dalle formazioni politiche che ne hanno preso il posto dopo il suo forzato scioglimento.
Non si trattava solamente di una tendenza ideologica prevalente nella popolazione, pur presente, bensì di un vero e proprio modello politico-sociale peculiare di queste regioni. Un modello fatto di integrazione culturale, formalmente aperto ai cambiamenti, ma in realtà profondamente conservatore sul piano dei valori di riferimento.  Un modello basato sulla mediazione degli interessi delle varie componenti sociali, su un capillare controllo del territorio, sullo scambio fra consenso elettorale ed un livello di servizi decisamente superiore ad altre zone del Paese.
Se posso azzardare un paragone, il “modello Emilia Romagna” assomigliava ad una sorta di “sistema solare”, con il Partito Comunista al centro, ed una rete di satelliti che gli ruotavano attorno; e questi satelliti si chiamavano Sindacato, Lega delle Cooperative, Associazioni culturali, strutture ricreative dell’Arci,  polisportive, il complesso delle Case del Popolo, le organizzazioni naturalistiche, l’ Anpi, le associazioni femminili, i patronati ed i centri di assistenza fiscale.
Il tutto condito in “salsa ideologica”, e guidato da un dirigismo economico il cui direttore d’orchestra era proprio la Regione Emilia Romagna, dominata dall’onnipresente ed inamovibile Partito Comunista.
Va riconosciuto che il dirigismo politico emiliano romagnolo ha dato in quegli anni buona prova di sé, realizzando una programmazione ed un modello economico di stampo keynesiano, che ha fatto della regione uno dei territori più sviluppati ed economicamente dinamici del Paese.
Uno potrebbe obiettare: ma in Veneto la Dc di Rumor e Bisaglia non ha fatto le stesse cose, appoggiandosi alla Acli, alle cooperative bianche, alle banche cattoliche, al sistema capillare delle parrocchie?
In parte è vero, ma la differenza sostanziale è che la Dc, pur egemone politicamente, non aveva fatto del Veneto un modello, come invece il Pci fece dell’ Emilia Romagna.
Chi ha qualche anno sulle spalle ricorda sicuramente le chiacchiere nei bar dei nostri paesi, in cui i comunisti nostrani indicavano l’Emilia come una sorta di “terra promessa”, un modello cui l’intera Italia doveva tendere.
A questo punto viene spontanea la domanda: ma perché il giocattolo delle regioni rosse si è rotto?
In primis ha influito il crollo dell’Unione Sovietica, cui per decenni il Pci aveva guardato come un mito.
Ma non va trascurata neppure le fine della rendita di posizione, dovuta allo schema che vedeva il Pci sempre all’opposizione in un’ Italia guidata dalla DC, e fare l’opposizione è più facile che governare, come stanno constatando anche i grillini.
Il suo peso l’ha avuto anche il cambio di modello culturale di riferimento, che ha visto l’ imporsi di ideologie e stili di vita basati sull’accumulo della ricchezza, decretando così la fine della frugalità e della morigeratezza dei costumi tipici del comunismo padano.
Il colpo finale è infine arrivato con la crisi economica, che ha inceppato i meccanismi redistributivi del modello sociale emiliano romagnolo, ed ha evidenziato le debolezze di una struttura produttiva costretta a confrontarsi improvvisamente su scala globale.
Ma a mio avviso non va neppure trascurata la stanchezza della popolazione per una classe politica regionale che, forse per la permanenza troppo prolungata alla guida della Regione, riteneva di essere ormai inamovibile, con tutte le conseguenze che questa anomalia genera nelle classi dirigenti. E le vicende dell’Umbria, che hanno messo a nudo un clientelismo diffuso, sono un po’ la cartina di tornasole di questo fenomeno.
Il risultato è che i Partiti, in tutte le Regioni, ma in quelle rosse in particolare, che da sempre venivano votati per le idee ed i programmi, hanno perso la loro carica ideologica, e sono diventati per lo più movimenti di opinione, in lotta per un potere sempre più precario, e per distribuire ai ceti di riferimento risorse sempre più scarse. E la conseguenza è che il consenso che riescono ad intercettare è sempre più precario e transitorio.
Per tutti questi motivi le elezioni regionali in Umbria ed Emilia Romagna saranno determinanti per il futuro degli equilibri politici italiani, ed a mio avviso anche per le sorti del Governo giallo-rosso.
Ed oserei dire che quelle per il controllo della Regione Emilia Romagna  sono di fatto una sorta di “ sfida finale”, di  “battaglia delle battaglie”.
Certo lo smottamento della sinistra, ammesso che in questa fase politica si possa ancora parlare di sinistra e destra, nell’Italia rossa è in atto da tempo.  Sono già crollate roccaforti che sembravano inespugnabili.  Solo per fare qualche nome Siena e Terni in cui la sinistra governava ininterrottamente dal 1946, Ferrara, caduta in mano alle Lega dopo 74 anni di potere della “gauche”. La stessa Bologna dal 1999 al 2004 venne governata da un sindaco antitetico alla sinistra; Giorgio Guazzaloca.
Ma questo fino ad ora non è mai capitato alla Regione Emilia Romagna, ed ecco perché l’eventuale crollo di questo ultimo baluardo sarebbe una “svolta storica”, e potrebbe creare seri problemi a Nicola Zingaretti ed al Pd.
E sarà interessante capire se l’inedita alleanza Pd-Movimento 5 Stelle, concordata in Umbria sul nome di un “esterno”, sarà in grado di fermare la macchina da guerra dell’arrembante Salvini, che alle ultime europee da queste parti incassò ben il 38%.
Ma la sfida da affrontare in Emilia Romagna è molto, ma molto più complicata, per i due partiti di governo.
E’ chiaro che Di Maio ed i 5 Stelle non possono appoggiare il Presidente Pd uscente Stefano Bonaccini.  E “fantascienza” mi sembra anche l’ipotesi di una semi-desistenza dei grillini, magari da attuare schierando una lista civica senza simbolo.
Tutto dipenderà da come andranno le cose in Umbria.  Se la Lega venisse sconfitta dal candidato unitario Pd-5Stelle Vincenzo Bianconi, le pressioni per ripetere l’esperimento in Emilia Romagna diventerebbero per Di Maio molto pressanti.
Quindi attenzione a come andranno le cose il prossimo 27 ottobre, perché, penso vi sia chiaro, quello è “tutt’altro che un voto regionale”.

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