12 ottobre 2017 - 13.52

EDITORIALE- Catalani, sono come i Veneti?

di Stefano Diceopoli

Fantastici, questi Catalani. Chiamati a mettere un “Si” o un “No” sulla scheda del referendum per l’autonomia dalla Spagna, sono riusciti a far uscire dalle urne la risposta “Forse”. Erano già partiti forte, riuscendo a mettere in piedi una consultazione al di fuori della costituzione spagnola, hanno subito arresti e perquisizioni un paio di settimane prima delle urne. Nel giorno decisivo, poi, si sono visti i poliziotti manganellare gli elettori ai seggi, il capo della polizia locale – i Mossos d’Esquadra – è stato indagato per non aver fatto quello che il governo centrale avrebbe voluto. E tutto questo sotto gli occhi del mondo, dell’Europa preoccupata quanto decisa a buttare la Catalogna fuori dall’Unione in caso di indipendenza, e con Roberto Ciambetti a fare l’osservatore indipendente. Il mondo economico li aveva presi tanto sul serio, i Catalani, da decidere di spostare la sede delle tre banche più importanti da Barcellona verso lidi più sicuri, mentre molti Catalani hanno scelto di ritirare dai conti i loro soldi in Euro prima che una eventuale secessione li privasse di ogni tipo di valore.
In questo quadro complicato va esaminato anche il voto: ovvio che i Catalani che sono riusciti a votare, superati i manganelli di cui si diceva prima, hanno votato “Si” all’indipendenza. Eppure la percentuale non ha superato di molto il 40 per cento degli aventi diritto al voto. Un successo? Ni… Si e No, appunto, Forse.
Ed è per questo che l’attesissimo discorso in parlamento del presidente catalano Carles Puigdemont si è trasformato in un lunghissimo brodino riscaldato che ha ripercorso tutta la vicenda dei rapporti fra Catalogna e Spagna, concluso con un deciso: “… Forse siamo indipendenti, parliamone”. Si è capito talmente poco che è stato il capo del governo spagnolo, il giorno dopo, a chiedere a Puigdemont di spiegare, entro cinque giorni, se intendeva dichiarare l’indipendenza oppure no. Fantastici Catalani!
Il problema è che fra poco più di una settimana anche i Veneti possono andare a votare un referendum sullo stesso tema dell’autonomia. Ma tranquilli, noi siamo molto più forti dei Catalani. E la nostra situazione, continua a dire il governatore Luca Zaia, è diametralmente opposta a quella dei Catalani. Infatti il nostro quesito, a differenza del loro, è stato accettato dalla Corte Costituzionale. E sapete perché? Perché di fatto chiede di poter fare una cosa che, in realtà, già oggi si può fare. L’Emilia lo starebbe facendo senza passare per il referendum.
Davanti al presidente della repubblica Mattarella, Zaia ha fatto ricorso alla fisica per spiegare quanto poco eversiva sia il progetto dei Veneti. Forse dimentico delle leggi che regolano il moto rettilineo uniforme, ecco Zaia affermare dal palco: “L’autonomia è centripeta, unisce i popoli, mentre il centralismo è centrifugo, li divide.” Però, complimenti. A me sembra un esempio di arrampicata sugli specchi, peraltro senza essere dotati di un buon paio di ventose. E il fastidioso rumore delle unghie che artigliano il cristallo si sentono lontano un miglio. Eppure il tentativo, per nulla nascosto, è quello di tranquillizzare: qui da noi non succederà quello che sta capitando in Catalogna. L’Europa non minaccerà di buttarci fuori, le banche non scapperanno, la polizia non sarà davanti ai seggi. Non succederà nulla di male, anzi, probabilmente non succederà niente, né prima, né durante, né dopo il referendum. E quest’ultima è la prospettiva peggiore, cioè che si spendano 15 milioni di euro per una consultazione che è destinata a non cambiare nulla.
Come era accaduto un anno fa a Matteo Renzi, anche Luca Zaia si gioca la sua credibilità di leader politico con un referendum: Matteo ha preso una sberla non da poco con la consultazione sulla riforma costituzionale dello scorso anno, Luca rischia di prenderla adesso e di mettere a rischio non solo il suo ruolo in Veneto, ma anche la speranza di presentarsi a breve come possibile leader della coalizione di centro-destra per la guida del Paese. E tutto dipende da una percentuale che, in tutti i paesi del mondo occidentale, sta crollando da una elezione all’altra: quella dei votanti. Se la sera del 22 ottobre la percentuale di votanti al referendum dell’autonomia dovesse fermarsi sotto il 50 per cento, allora sarebbe una sconfitta senza alibi e senza scusanti. Solo intorno al 55-60 per cento si potrebbe cominciare a parlare di vittoria, ma il precedente catalano pesa: se dalle parti di Barcellona, in quel clima di scontro e di mobilitazione, non sono andati oltre il 40 per cento, i Veneti saranno in grado di mobilitarsi?

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