6 Giugno 2020 - 9.49

Dalla clausura alla palestra: il peso della ripartenza

di Alessandro Cammarano

Siamo ripartiti. Ancora quasi non ci si crede; abbiamo rimesso la testa fuori di casa, qualcuno timidamente – la sindrome della capanna ha colpito più di un “recluso” – altri con maggior sicurezza, qualcuno addirittura con spavalderia più dettata da crisi d’astinenza da spritz che non da voglia di aria fresca, tanto che le piazze si sono ritrovate piene quasi come non fosse successo nulla.

Tutti, senza distinzione di genere, censo e istruzione nei mesi di clausura abbiamo rispolverato le nostre abilità culinarie, messo in atto i consigli della nonna o dello chef stellato che si esibiva in televisione, sperimentato idee nuove.

A prescindere dal grado di abilità, che spazia da cambusiere di nave pirata a cuoco da ristorante raffinato  con tutto quello che sta in mezzo ai due estremi – abbiamo saccheggiato i supermercati, accaparrandoci le riserve di farina di tutti i tipi, dalla crusca alla manitoba, razziando le scorte di lievito di birra, di aromi per dolci, di uva passa che manco Attila nel suo fortunato tour europeo nel quinto secolo dopo Cristo sarebbe stato capace di eguagliare.

Tutto questo impastare, sfornare, decorare non è trascorso senza conseguenze: al pari delle torte anche il girovita del recluso medio è lievitato, così come le cosce impediscono la risalita dei pantaloni e le maniche fasciano le braccia come un bendaggio costrittivo. La parola d’ordine è “correre ai ripari”, costi quello che costi: fortunatamente, con qualche ritardo rispetto alle altre attività, anche le palestre hanno riaperto.

C’è da dire – posto che nulla sarà più come prima – i centri sportivi, o fitness club che dir si voglia, sono stati duramente colpiti dalla pandemia e più di altri hanno dovuto reinventarsi per adempiere alle regole igienico sanitarie imposte dalle autorità.

Percorsi rigidamente segnati da strisce di nastro adesivo entro i quali ci si sposta come tanti Pac-Man, tempi contingentati, disinfezione prima e dopo l’utilizzo dei macchinari, mascherina tagliafiato; si sopporta tutto e si accetta ogni regola pur di tornare in forma, più o meno. Le palestre sono dunque tornate a popolarsi di una strana fauna, magari fino a tre mesi fa completamente aliena dalle regole dell’attività fisica, che in molti casi si era finora limitata al movimento ritmico delle mascelle o al risucchio con la cannuccia. Il maniaco del fisico perfetto, che non ha smesso neppure per un minuto di allenarsi, trasformando i suoi trenta metri di appartamento in un percorso salute che farebbe invidia a Rocky Balboa, riprende possesso dei bilancieri e dei manubri ai quali si accosta con l’emozione di un bimbo che scarta un regalo o di un adolescente al suo primo appuntamento. Il muscolato – in verità anche lui con un filo di pancetta da ciambellone – carezza gli attrezzi, si stende sul tappetino per gli esercizi a terra con la deferenza di un orante, non parla con nessuno concentrandosi sull’estasi da squat e beandosi del muscolo che ritorna a vivere guizzante. Meraviglioso il neofita, spesso non giovanissimo, magari magro ma con un girovita a salvagente che magari esisteva da prima ma che a furia di torte salate da quarantena è diventato un canotto.

 Il poverino – fiero portatore di braghine un po’ flosce e di magliette quasi sempre color carne o decorate da logo di caseifici o imprese edili – tenta l’utilizzo di pesi sproporzionati alla sua stazza, si impiglia nei cavi incrociati, soccombe al crunch addominale, si arrende allo stretching, senza però levarsi mai dal volto il sorriso un po’ triste di chi cerca complici. Fa tenerezza.

Meravigliosi i sovrappeso – che sarebbero ciccioni ma non si può dire o scrivere per via del fatto che il body-shaming è sempre in agguato – alla cui vista i tapis-roulant impallidiscono, presaghi della distruzione a cui andranno incontro. La “diversamente esile” si avvicina con mossa il quanto più possibile aggraziata – e qui la Danza delle Ore in chiave Disney balza prepotente alla mente – al povero macchinario; il nastro di gomma da nero si fa grigio dal terrore, la struttura scricchiola sinistramente, il display vorrebbe non accendersi; niente da fare, madame dà inizio alla corsa. Il risultato è tra il comico e l’agghiacciante: all’aumentare della velocità l’ansimare della podista sul posto copre il rumore dei passi, sempre più veloci, che squassano l’intera struttura di quello che non sarà mai più il tapis-roulant che era prima; il rumore dei tonfi si diffonde per la palestra intera, come un tuonare di tamburi guerrieri annunciatori di una catastrofe imminente. Alla fine la macchina schianta, arrendendosi al peso che la opprime; un leggero sentore di plastica bruciata ne annuncia la dipartita, che si consuma in uno sfarfallio convulso dei led un attimo prima di spegnersi per sempre. La signora, sudatissima, a questo punto si rivolge all’amica – opportunamente posizionata oltre i due metri prescritti – con un “Meno male che i bar hanno riaperto. Cappuccino e brioche alla crema?”. Sipario.

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