16 Ottobre 2020 - 9.18

Covid Veneto: non fai il test nelle scuole? Vai in quarantena con tutta la famiglia

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In questi dieci mesi, tanti ne sono passati, da quando abbiamo toccato con mano che un essere microscopico partito dall’estremo oriente stava innescando una pandemia a livello mondiale, non c’è dubbio che sono aumentate le nostre ansie, le nostre preoccupazioni, le nostre paure.
A maggior ragione in questi giorni in cui una nuova esplosione dei contagi ci può dare l’impressione di aver finora fatto tutto per niente, visto che i media ci riferiscono quotidianamente di una situazione sanitaria che assomiglia sempre più a quella di febbraio/marzo.
Ognuno di noi, come è normale che sia, ha una diversa reazione rispetto alle regole e alle restrizioni imposte dalle Autorità politiche e sanitarie.
Per alcuni si traduce in una forma di ipocondria, di paura ossessiva di infettarsi, che si concretizza in una compulsione a pulire, disinfettarsi, stare lontano dagli altri, meglio se chiusi in casa.
Per altri in una convinzione che il Covid-19 sia una minaccia solo per una fascia ristretta della popolazione. Per altri ancora si tratta di leggere i numeri con obiettività, per concludere che il rischio è meno alto di quello che vogliono farci credere.
E fin qui siamo nell’ambito di percezioni psicologiche. Diverso è il caso di coloro le cui reazioni sono di tipo ideologico. Emblematico al riguardo l’atteggiamento dell’on. Sara Cunial, eletta fra l’altro nella circoscrizione Veneto 2, che, coerentemente con le sue idee, continua a minimizzare i rischi e ad opporsi all’uso della mascherina, che, secondo lei: “Non ci toglie la libertà, è vero, ma ci toglie il respiro”.
Nel corso dell’ultima manifestazione in Piazza San Giovanni a Roma si è presentata sul palco con il capo coperto da un casco da motociclista, spiegando che: “La possibilità di morire di coronavirus è minore di quella di morire per un asteroide. Così mi sono attrezzata”. Ho parlato di coerenza perchè l’onorevole Cunial non è nuova a uscite del genere, tanto che si è fatta sospendere due anni fa dal Movimento 5 Stelle per aver paragonato le vaccinazioni ad un “genocidio gratuito”.
Consiglierei all’on. Cunial di non andare a sbandierare queste sue “verità” ad esempio nel bergamasco, dove di morti “da asteroide” purtroppo ne hanno visti tanti nei mesi scorsi.
Lungi da me invocare provvedimenti “contro le idee” di qualcuno, anche se quelle idee le considero per certi aspetti incomprensibili, e anche pericolose quando vanno ad impattare su problematiche che interessano la collettività.
E’ il caso ad esempio della scuola, e delle precauzioni previste dallo Stato per cercare di impedire che le aule si trasformino in pericolosi focolai di infezione.
Abbiamo segnalato come alcune di queste prescrizioni effettivamente siano eccessivamente “macchinose”, e comunque tali da creare problemi di gestione a medici e laboratori di analisi, nonché agli stessi genitori.
Mi riferisco ovviamente al problema della riammissione in classe degli studenti che si siano assentati per aver avuto qualche sintomo, per i quali è previsto “il tampone” in ogni caso.
Queste difficoltà sono ben presenti alla Autorità, tanto è vero che le stesse si stanno attivando per cercare di alleggerire le “regole dei tamponi” relativamente ai ragazzi.
E’ il caso del Veneto, con il Presidente Luca Zaia che nei giorni scorsi ha firmato un’ordinanza che prevede la compilazione e la sottoscrizione da parte dei genitori di un modulo di autorizzazione, per consentire al personale sanitario di poter entrare nelle scuole e fare direttamente i controlli tramite test rapidi, evitando così alle famiglie di recarsi nei punti prelievo per eseguire i test.
La finalità è chiara, ed è quella che, nel caso ci sia un alunno positivo, saranno i sanitari a recarsi nella scuola per eseguire i test, evitando così la quarantena di intere classi di ragazzi risultati negativi al test rapido.
Si sarebbe portati a pensare che tale nuova prassi avrebbe trovato un consenso unanime fra i genitori.
Se non che in questo Paese è veramente difficile accontentare tutti, ed infatti risulta che in Provincia di Treviso centinaia di famiglie abbiano scritto alle scuole per negare l’autorizzazione ad effettuare i test rapidi sui propri figli.
Le motivazioni che stanno alla base di queste diffide possono essere varie.
Sicuramente ci sono persone che fanno riferimento ai vari movimenti “no vax”, ma anche genitori che hanno un lavoro autonomo, e temono, in caso di positività dei loro figli, di doversi sottoporre a quarantena, sospendendo la propria attività.
Capisco bene che la quarantena per coloro che non hanno un lavoro dipendente possa costituire un serio problema economico, ma mi sembra che negare l’autorizzazione ai test sia un po’ fare come gli struzzi, e non risolva certamente il problema di un’eventuale positività dei pargoli.
Quali conseguenze possono avere questi “rifiuti” dei test rapidi nelle scuole?
A quanto si apprende nessuna, perchè l’Usl trevigiana ha deciso di procedere in ogni caso anche nelle classi in cui qualche genitore abbia negato l’autorizzazione. Ovviamente non ai figli di queste persone!
Relativamente ai quali le famiglie sono invitate a tenere i ragazzi a casa per almeno dieci giorni; cioè per tutto il periodo previsto per la quarantena.
Molto secche al riguardo le dichiarazioni del Direttore Generale dell’Usl trevigiana Francesco Benazzi riportate dai media: “Nel caso di un contagio all’interno di una classe, i genitori che non autorizzano il tampone rapido sul proprio figlio, se lo devono tenere a casa. Chi non può essere controllato viene considerato subito come un caso positivo, è una questione di igiene e sanità pubblica; chi non vuole sottoporsi al test deve essere automaticamente messo in quarantena domiciliare, come se fosse positivo, né più né meno. Anzi, anche la famiglia deve rispettare l’isolamento. Se non c’è la possibilità di verificare la positività o meno al coronavirus, non esistono altre strade. Punto e basta”.
Francamente una posizione, quella di Benazzi, per una volta chiara ed inequivocabile. E quel “Punto e basta” è come un macigno che chiude qualsiasi spiraglio ad interpretazioni diverse, a ripensamenti, o a cedimenti successivi. Chi non vuole i test si tiene i figli a casa, perchè la salute collettiva è un valore che trascende l’interesse individuale. Interesse che viene comunque rispettato, tanto è vero che non è prevista alcuna coercizione, alcuna forzatura.
Un genitore resta libero di negare l’autorizzazione, ci mancherebbe, ma non può pretendere che il figlio sia equiparato ai ragazzi che il test l’hanno fatto. Punto e basta, appunto!
E’ evidente come la posizione netta dell’Usl trevigiana su questo tema sia una diretta conseguenza della crescita esponenziale dei contagi registrati in questi ultimi giorni nelle province venete.
Crescita che fa temere il peggio per l’immediato futuro, e non penso che Luca Zaia in questa situazione ogni giorno più drammatica, sia disposto a barattare la salute generale per venire incontro alle idee di certe minoranze. Tanto più che ieri la Regione Campania ha deciso la chiusura di tutte le scuole di ogni ordine e grado, Università comprese, fino al 30 ottobre.
E’ evidente che il fenomeno delle mancate autorizzazioni dei genitori non rimarrà limitato alla sola provincia di Treviso.
Sono certo che diffide analoghe sono pervenute alle scuole di tutto il Veneto, e di conseguenza qualche scontro con le varie Usl sia da mettere in conto nei giorni a venire. L’importante è che la Regione tenga la barra dritta, come avvenuto a Treviso.
Ma quello dei test rapidi non è l’unico tema su cui si riscontrano posizioni “discutibili” in altre parti d’Italia.
Al riguardo mi ha colpito quanto raccontatomi da una mia nipote che insegna in una scuola in provincia di Bergamo.
A proposito della misurazione della temperatura ai ragazzi all’entrata, la preside del suo plesso scolastico, non disponendo dei 25.000 euro per dotare la scuola di un termo scanner, aveva deciso di acquisire termometri a pistola, con cui gli insegnanti della prima ora provvedevano alla rilevazione di eventuali febbri.
Dopo aver acquistato un termometro per ogni classe, e aver proceduto alla misurazione della temperatura ai ragazzi per alcune settimane, la Preside ha stoppato tutto, perchè la scuola “non può rilevare le temperature per questioni di privacy”.
Francamente ritenevo che la “privacy” fosse una cosa più seria, che trascendesse la misurazione della temperatura ai pargoli.
Anche perchè, di questi tempi, con queste fisime c’è il rischio che “di privacy si possa morire”.
Umberto Baldo

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