12 Ottobre 2020 - 17.53

Covid-19: Non basta il proibizionismo!

A fronte della crescita repentina, non so quanto imprevista, dei contagi da Covid-19, i poteri pubblici rimettono in pista le prescrizioni ed i divieti che ci hanno accompagnato durante la scorsa primavera.E’ un po’ un crescendo rossiniano, che qualora la situazione arrivasse all’implosione della sanità pubblica, sappiamo tutti potrebbe avere come sbocco finale un nuovo lockdown, localizzato o addirittura totale.Ci sono alternative?  Apparentemente no!Per fugare ogni dubbio circa il mio pensiero, chiarisco subito che sono assolutamente convinto che lo Stato abbia il diritto-dovere di mettere in campo tutto quanto possa servire a contenere la pandemia.  Non sono un sostenitore delle teorie che le prescrizioni anti contagio costituiscano una qualsivoglia limitazione alla mia libertà, perchè sono da sempre convinto che la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri, e di conseguenza che non comprenda il diritto di far ammalare il prossimo. Ma ciò non mi impedisce di riflettere circa l’efficacia di queste misure.Il problema non sono a mio avviso le singole prescrizioni od i singoli divieti, con le relative sanzioni, che ritengo sacrosanti, ma come questi vengono percepiti e applicati dai cittadini.A grandi linee le disposizioni governative si dividono in due grandi categorie.  Quello che bisogna fare, tipo portare la mascherina, lavarsi le mani e mantenere il distanziamento, e quello che non bisogna fare, tipo assembrarsi davanti i bar con l’aperitivo in mano, frequentare movide nelle piazze delle città, organizzare cene con tanti amici o conoscenti.In generale possiamo definire queste politiche come “protezionistiche”.Il problema è che se c’è qualcosa che ha dimostrato nel corso del ‘900, e anche nel nuovo millennio, di essere uno degli emblemi della parola fallimento questa è il proibizionismo.Intendiamoci bene, non ho intenzione di paragonare il problema del consumo di droga o dell’abuso di alcolici alla pandemia da coronavirus.Sono cose profondamente diverse, sia per i meccanismi che per gli effetti.  Ma gli strumenti che vengono utilizzati dalle Autorità preposte per il loro contenimento sono simili, e nelle varie fattispecie si sostanziano in divieti e sanzioni.Gli esempi degli effetti del protezionismo relativo al tabacco, all’alcol ed alla droga ce l’abbiamo sotto gli occhi.  Negli ultimi 30 anni il numero dei giovani che fumano è aumentato del 30%, nonostante il divieto di vendita ai minori nelle tabaccherie. Con l’alcol si è verificato qualcosa di simile. Vietata la vendita ai giovani nei bar, i ragazzi hanno abilmente aggirato la norma procurandosi i liquori nei supermercati, magari chiedendo un favore ad amico più grande.  Basta farsi un giro di notte nelle vie delle nostre città per vedere gruppi di adolescenti barcollanti con le bottiglie in mano. Ma forse il flop più evidente e drammatico lo si è avuto con la lotta alla droga. Nonostante divieti, contrasto poliziesco e pene detentive, il consumo di stupefacenti è da decenni in continua crescita, ed abbiamo visto che il turpe commercio non si è fermato neppure durante i mesi di lockdown.Pur ribadendo che quella del Covid-19 è un’altra storia, in questi giorni dobbiamo constatare che i divieti in essere, oltre tutto allentati nei mesi estivi, non hanno impedito l’impennata dei contagi di questi giorni.Certo si sono riaperte le scuole, si è ricominciato ad usare treni ed autobus, si è tornati negli uffici, ma queste sono evidentemente solo delle concause della ripresa della pandemia. La causa principale è che l’estate ha diffuso la falsa illusione che il peggio fosse passato, e di conseguenza al ritorno in città sono riprese abitudini incompatibili con la prudenza e la precauzione. E la prova la si trova nei servizi televisivi, e nelle pagine dei giornali e dei social, che mostrano ancora in questi giorni piazze notturne con centinaia di giovani impegnati in movide con obbligo di mascherina disatteso, snobbato, o addirittura sbeffeggiato.  Con bicchieri passati di bocca in bocca, in spregio a qualsiasi norma di igiene sanitaria.Certo la paura delle multe qualche effetto lo sortirà, ma capiamo bene tutti che non è questa la soluzione, perchè ci sarà una continua ricerca di altri luoghi dove assembrarsi e bere senza il rischio dei controlli delle forze dell’ordine.A tal proposito è facile prevedere che i ventilati divieti, o limitazioni, delle riunioni e feste private non porteranno ad alcun risultato concreto, a meno di non voler introdurre metodi da “Stasi”, incitando i vicini a chiamare le forze dell’ordine ogni qual volta vedano entrare in una casa un certo numero di persone “estranee” al nucleo familiare.  Come è altrettanto evidente che non può esserci un poliziotto alle spalle di ogni cittadino. Ma allora è tutto inutile quello che fa il Governo?Assolutamente no!  Ci mancherebbe!Tutto serve, ma quel che intendo dire è che nessun divieto, nessuna proibizione, nessuna sanzione, avranno l’effetto sperato senza un’intima adesione da parte di tutti i cittadini. Se ciascuno di noi non capisce che ha una responsabilità in primis verso se stesso, ma parimenti verso i familiari e gli amici, ed in generale verso tutta la collettività, la lotta contro la pandemia sarà molto più difficile, se non impossibile. Qui non si tratta di criminalizzare nessuno, tanto meno i giovani.Ma è indubbio che la maturità e la vecchiaia inducono alla riflessione ed a comportamenti più responsabili ed ossequiosi delle norme, mentre la gioventù è di per sé trasgressiva.Quindi accanto al “proibizionismo” è necessario insistere con campagne di persuasione e responsabilizzazione verso i giovani, sennò la battaglia sarà persa.Campagne mirate in particolare a fare comprendere ai nostri ragazzi che non è vero che sono “immuni” al Covid come dicono spesso nelle loro dichiarazioni, facendo chiaramente capire di considerare il virus una cosa pericolosa solo per i “vecchi”.La storia del ragazzo più giovane d’Italia ad essere stato intubato per 15 giorni, un diciannovenne di Cremona, dovrebbe servire da esempio. Così come le sue parole riportate da un quotidiano nazionale: “Lo dico ai miei coetanei, forse in questo sono un po’ un influencer: la mascherina e il distanziamento sono le uniche armi che abbiamo per non rivedere quelle corsie d’ospedale. Dopo le dimissioni, quando non mi reggevo in piedi, ho pensato che forse la gravità del Covid la capisce solo chi l’ha provato. Non auguro a nessuno ciò che ho passato, ma se vivi un’esperienza così la mascherina la metti ovunque».Ci sono momenti in cui nessuno può sottrarsi alle proprie responsabilità. E deve essere chiaro che per bloccare la crescita dei contagi serve la mobilitazione di ogni singolo e di ogni famiglia.  Non c’è nessuno al di fuori o al di sopra cui dare la colpa.  Cosa potrà accadere non dipende da nessun altro, se non da noi stessi.  

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