18 Ottobre 2019 - 9.38

Comparvero i vegani e con loro il ‘vegamisù’

di Alessandro Cammarano

Le verdure sono buonissime, tutte, anche le verze “sofegà”, anche le rape rosse, pure il cavolo cinese; tutte buone. I vegetali fanno bene, anzi benissimo: apportano fibre, non contengono grassi, sono pieni di vitamine e anche di proteine. La frutta è il migliore dei dolci, il più sano dei dessert; chi non mangia verdura e frutta va incontro ad una marea di patologie evitabili con un’alimentazione sana.

Ecco… alimentazione sana, che non vuol dire buttarsi a pesce sulle nuove “tendenze” dell’alimentazione, quelle che poi – a detta dei nutrizionisti – fanno più male che bene. Il problema è sempre l’eccesso, in qualsiasi campo e in qualunque situazione.

Un bel po’ di anni fa, quando internet non era neppure un sogno nella testa di informatico, si parlava di “dieta macrobiotica”, roba che piaceva ai ricchi stufi di patè di volatili esotici e faceva impazzire i figli dei fiori che, tra un trip e l’altro, sgranocchiavano radici e bollivano riso. Roba sana eh, intendiamoci, che però costringeva alla meditazione forzata per placare i morsi della fame, ovviamente da celare come il terzo segreto di Fatima per non fare la figura del borghese che “io ai miei tre etti di spaghetti e alla fettina di vitello non rinuncio”.

I vegetariani, invece, esistono da sempre; qui da noi si nutrivano di frutta e verdura ma non disdegnavano latte e uova, che a ben pensarci consentono anche di fare dei bei ciambelloni da inzuppare e varia altra pasticceria. Poi, quasi all’improvviso, arrivarono i vegani. Chiariamo, l’ecumenismo alimentare è sacrosanto e la cucina vegana ha aspetti e proposte interessanti che personalmente non disdegno, anzi. Ci sono ristoranti vegani che propongono una cucina alternativa che spesso riserva sorprese piacevolissime. Insalate meravigliose, cereali trattati con sapienza e gusto, dolci accattivanti.

Il lato insopportabile della faccenda sta nel surrogato del piatto o della materia prima non vegani. La “mozzarisella” è una cosa che grida vendetta al cospetto di qualunque divinità e offende l’onesto tofu e il multiforme seitan, capace di trasformarsi in qualsiasi cosa, bistecca compresa. Si incappa in ristoranti che propongono antipasti con salami verde prato, mousse di ocra e curcuma agghindata come una galantina di pollo con la gelatina fatta di brodo vegetale e coccoina. Inqualificabile l’amatriciana con il guanciale che in realtà e fatto con rape del Perù e avocado. Non è meglio inventare piatti completamente nuovi, come fanno i ristoranti vegan più scafati? Meglio finire il pranzo con una crema di patate dolci e cacao amaro che non con un “vegamisù” che somiglia a quella di mio nipote una volta che aveva preso freddo alla pancia.

L’aspetto più sconvolgente del veganesimo – che di per sé è entrato a far parte della quotidianità – sono le sue degenerazioni. I Crudariani almeno si rifanno degli esborsi per l’acquisto di derrate rigorosamente Bio risparmiando sul gas uso cucina… non cuociono nemmeno i cardi e le radici amare.

Capita di imbattersi in personaggi che si dichiarano fieramente Fruttariani; il che significa che la loro fonte di alimentazione sta esclusivamente nella frutta, meglio se esotica e più cara di un diamante giallo. Il fruttariano si bea delle susine del Mar Caspio, sbava davanti a un litchee albino, cade in deliquio alla vista di una pera della Camargue. Affermano di godere di una salute di ferro, ma sono quasi sempre color albicocca e spesso hanno un accenno di picciolo.

Nel circo dei pazzi esistono gli Acquariani, in grado trarre sostegno da due molecole di idrogeno e una di ossigeno e, si dice, siano comparsi anche i Respiriani, che in realtà sono solo degli spilorcioni che non fanno la spesa. La curcuma è buona, ma le lasagne di più.

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