29 Aprile 2020 - 9.52

C’è un solo modo per affrontare la ripartenza: eccolo

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Esiste una statistica secondo la quale le cinture di sicurezza allacciate possono essere più efficaci nel salvare la vita delle persone coinvolte in un incidente stradale, rispetto all’air-bag. La stessa statistica indica che – al contrario – la maggior parte delle vite viene salvata dall’air-bag piuttosto che dalle cinture di sicurezza. L’installazione e il funzionamento del cuscino d’aria, che si gonfia in caso di impatto – infatti – dipende dalle case automobilistiche, pochi centri decisionali che, una volta sottoposti all’obbligo di realizzarlo in tutte le vetture, semplicemente lo fa. L’utilizzo delle cinture di sicurezza, al contrario, è rimesso alla decisione dei singoli automobilisti che possono farlo, dimenticarlo, evitare di allacciarle di proposito e per mille ragioni diverse. Sarebbero più efficaci, ma finiscono per salvare meno vite. L’esempio è molto noto e, nel tempo, è entrato di diritto nei manuali che servono a formare giovani manager per insegnare loro una lezione molto semplice: se si vuole rendere efficace una linea di condotta è meglio dare istruzioni chiare ad un numero limitato e controllabile di persone, piuttosto che imporre un comportamento alla generalità del pubblico, dovendo poi affidarsi alla responsabilità di ciascuno nel metterlo in pratica. Una regola semplice e lineare, una lezione elementare che pare sia stata persa in questo momento di emergenza e di progettazione della fase 2 di convivenza con il virus Covid-19. Le quattro mosse indicate nella vignetta che pubblichiamo assieme a questo articolo sono ovviamente una provocazione, ma non troppo. Chi deve affrontare la riapertura e la ripartenza, insomma, deve farsi il segno della croce e sperare che vada tutto bene. Qui il dramma comincia ad essere il sovrapporsi di disposizioni che dicono tutto e il contrario di tutto, il Governo che impone qualcosa e la Regione che ne sostiene una diversa e tutti che sembrano andare contro le indicazioni del mondo scientifico che, peraltro, fin dal primo giorno, sta mostrando posizioni molto differenziate. Proviamo a fare un esempio. Il Governo sostiene che il primo mezzo per contrastare la diffusione del virus è il distanziamento sociale. L’invito è quello di stare ad un metro uno dall’altro, ma la Regione dice che la distanza di sicurezza è di due metri. Tutto questo è contraddetto da studi che arrivano da Paesi Asiatici e secondo i quali le particelle, veicolo del virus, rimangono in sospensione nell’aria anche per venti minuti dopo essere state emesse da un soggetto contagiato e magari asintomatico e inconsapevole. Ecco allora arrivare la necessità di indossare la mascherina. Già ma quando bisogna indossarla? Il Governo dice “nei luoghi chiusi”, ma la Regione e anche alcuni comuni la impongono sempre e comunque, all’esterno come all’interno. Se tutti la portano, allora vanno bene anche le protezioni del tipo chirurgico, ma se qualcuno comincia a non portarla, allora bisognerebbe passare a mascherine filtranti e protettive, che però sul mercato non si trovano o hanno prezzi esorbitanti. Gli spostamenti sono consentiti solo con autocertificazione per tre motivi: lavoro, esigenze sanitarie o motivi di urgenza. Bene, ma nel frattempo vengono aperti negozi come le cartolerie, i fioristi, i ristoranti che preparano cibo d’asporto e gelaterie così come le pasticcerie. Se quei negozi sono aperti, significa che ci posso andare, ma nell’autocertificazione cosa scrivo? L’assurdità è fin troppo evidente. Attività fisica: prima ti dicono che puoi farla a 200 metri da casa, poi che si può stare nelle vicinanza dell’abitazione, adesso arriva di nuovo la Regione e ti dice che la passeggiata è libera in tutto il territorio del Comune. Il risultato è stato il riversarsi sulle strade di centinaia e migliaia di cittadini, finalmente liberi di sgranchirsi le gambe, in solitudine, a coppie, in gruppo. Le pattuglie, che per settimane hanno cercato di controllare gli spostamenti, ormai sono prive di qualsiasi strumento: non fermano più nessuno perché chiunque può giustificare in qualsiasi momento il suo trovarsi fuori casa: “Sto andando a passeggiare”, “Vado a prendere il gelato che ho ordinato”, “Vado dal fiorista, a comprare il giornale, a fare la spesa”. I singoli cittadini, oggi, sono liberi anche di andare a fare un giro nelle loro seconde case in località di montagna, mare, collina o lago. Solo per vedere se è il caso di fare qualche tipo di manutenzione. In teoria non potrebbero fermarsi, ma se anche lo fanno chi li controlla? E quando sarà il momento di tornare a casa diranno semplicemente: “Sto rientrando nella mia residenza abituale, dopo aver controllato che il tetto della casa in montagna non fosse crollato”. Fine della storia. Adesso arriviamo al controsenso più pesante. I cittadini, lo abbiamo visto, possono uscire, possono muoversi, possono spostarsi. Eppure, se arrivano in centro, non possono andare a prendere un caffè, non possono entrare in un negozio, non possono farsi spuntare i capelli e non possono fermarsi a cena in un ristorante. Teoricamente tutti i vicentini potrebbero darsi appuntamento in piazza dei Signori, stare stretti come sardine in scatola, alitarsi in faccia uno con l’altro, stringersi la mano e scambiarsi baci appassionati, ma non potrebbero bere un caffè. Nel frattempo baristi, ristoratori, commercianti in genere e professionisti nella cura della persone vedono i loro negozi con le serrande abbassate, non battono uno scontrino, pagano le bollette e le rate del mutuo, acceso per aprire l’attività, e si apprestano a dichiarare fallimento. Ha un senso tutto questo? Mi pare di no. Poche regole, valide per tutti, delegate a controlli ferrei e facili da eseguire. Questa dovrebbe essere la linea e provo a fare un esempio. Vuoi uscire di casa? Devi avere la mascherina sul volto, i guanti sulle mani e tenere due metri di distanza dagli altri. Punto. Ti devo dire io cosa puoi o non puoi fare a questo punto? No! Vuoi andare a trovare i congiunti o buttarti fra le lenzuola della fidanzata-amante-compagna-compagno che non vedi da tre mesi? Vai, non chiedere nulla a nessuno. Però se ti trovo in strada senza mascherina, con la mascherina a proteggere il doppio mento, senza guanti o abbracciato all’amico ti do la multa. Semplice, diretto, facile da eseguire anche per la polizia. Sinceramente mi auguro che il segno della croce sia inutile, spero che la curva della pandemia sia ridotta ai minimi termini entro brevissimo tempo e che tutti si possa tornare ad una vita normale, magari non uguale a quella di un tempo, ma normale. Eppure già una volta, da queste stesse colonne, avevamo avvisato: se malauguratamente il contagio dovesse riprendere vigore, allora saranno i cittadini a non voler più uscire, saremo noi ad aver paura. E allora il problema non sarà cosa aprire o tener chiuso, sarà convincerci ad andare in un posto qualsiasi che non sia il tranquillo, sicuro e protettivo ventre casalingo. 

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