21 Gennaio 2021 - 11.36

Camera e Senato: pronti a qualsiasi cosa pur di restare lì

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di Stefano Diceopoli

Non so quanti di voi abbiano avuto la tenacia e la pazienza di seguire dall’inizio alla fine il dibattito di martedì al Senato, dibattito in cui si discuteva in qualche modo dell’immediato futuro di questo Paese.

A dire la verità io mi sono “sciroppato” anche quello del giorno prima alla Camera dei Deputati, sullo stesso argomento, ma a mia giustificazione c’è che ormai ho molto tempo a disposizione, e soprattutto non soffro di nausea.

Non ho intenzione di tediarvi facendo la cronaca di quanto avvenuto. Se non l’avete seguita in diretta TV, ne avete trovato ampi resoconti nelle pagine dei giornali e sui media.

No, voglio darvi le mie impressioni da uomo della strada dopo aver assistito allo spettacolo indecoroso che ci ha offerto la nostra classe politica.

La rappresentazione è iniziata come d’obbligo con le comunicazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Non posso nascondervi che a mio avviso Conte di suo brilla per “grigiore”, impeccabile nei suoi abiti di sartoria, ma monotono nell’eloquio, con la stessa verve di un parroco di campagna che recita stancamente la sua omelia alla messa delle 7, a favore di quattro vecchietti mattinieri.

Ieri Conte, forse per paura di indispettire suoi potenziali sostenitori, ha dato l’impressione di essere uno in attesa che “passi a’ nuttata”, sperando in un domani migliore.

Quanto ai contenuti, si è limitato ad un elenco pedestre di tutte le “conquiste”, di tutte le “realizzazioni” (sic!) del suo Governo, con lo stesso atteggiamento di un bambino che scrive la letterina di Natale ricordando tutte le buone azioni compiute nell’anno, e chiedendo di conseguenza un premio adeguato. Nel suo caso il premio, il regalo ambito, sarebbe stata una manciata di voti di senatori che gli consentisse di avere la maggioranza assoluta alla Camera Alta.

Tutto questo in un Senato immerso in un clima da Fort Alamo, ma Giuseppe Conte non è certo David Crockett. Ed infatti il premier non si è risparmiato nell’invocare aiuti a destra e a manca, alla ricerca spasmodica di qualunque tipo di “responsabili”, battezzati adesso “costruttori”, disposti a supportare il suo vascello che imbarca acqua, con l’unico obiettivo apparente riassumibile nel mitico “Io speriamo che me la cavo”.

Ma badate bene che se l’obiettivo dichiarato è quello di non interrompere questa esperienza di Governo, quello non detto, forse più importante, è quello di restare in sella fino a fine luglio, quando inizia il “semestre bianco”, il periodo di tempo in cui il Presidente della Repubblica non può sciogliere il Parlamento.

Sarebbe un intero anno guadagnato senza elezioni, oltre che trovarsi nelle condizioni di dare le carte nell’elezione del successore di Sergio Mattarella!

Obiettivo questo condiviso, al di là delle dichiarazioni di facciata, da tutti i parlamentari, tutti ammalati di “allergia alle elezioni”, perchè chi glielo fa fare di rinunciare a 14.000 euro al mese, in barba ai cittadini che si dibattono nelle difficoltà conseguenti alla pandemia.

Tutta questa sceneggiata è andata in onda senza che ci fossero vere trattative alla luce del sole fra i Partiti, ma solo adescamenti personali, alla caccia del voto singolo da sommare ad altri voti singoli.

Ah, come sarebbe stato bello essere un uccellino e svolazzare fra le aule del Senato! Per assistere alle contrattazioni da retrobottega, alle promesse di posti di governo e sottogoverno, di posti in lista per rielezioni future, e chissà che altro. A detta di chi c’era, uno spettacolo deprimente, che fotografa la politica attuale nel momento del suo massimo smarrimento, della sua lotta per la sopravvivenza, della sua difesa a oltranza delle “careghe” costi quel che costi.

Tanto per farvi un’idea, un cronista di un importante giornale nazionale ha scritto che ad un certo punto il senatore Luigi Cesaro, detto “Giggino a’ purpetta, (nel giugno scorso indagato dalla Procura di Napoli, con i suoi tre fratelli arrestati con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa) è uscito con queste parole: “Per il voto mio, e per i voti di altri due miei amici senatori che controllo, mi hanno offerto un ministero”. E ad un altro cronista che lo guardava perplesso e incredulo ha detto: “Guagliò, tengo tutte le prove ncopp’ o’ cellulare…”. Un mercato osceno, senza alcun pudore!

In questi giorni si è vista una riedizione della politica come doveva essere nel Regno d’Italia negli anni successivi al 1880, quelli del “Trasformismo”, termine con cui anche adesso vengono definite certe azioni chiaramente dettate dallo scopo di mantenere il potere o di rafforzare il proprio schieramento politico, evitando il confronto parlamentare e ricorrendo a compromessi, clientelismi e sotterfugi politici, senza tenere conto dell’apparente incoerenza ideologica di certi connubi o apparentamenti.

Tutto questo in assenza dell’unico vero interlocutore della politica, noi cittadini,

costretti ad assistere ad una sorta di rito celebrato da politici che assomigliano sempre più a “mandarini” rinchiusi nella “città proibita”.

Come stupirsi allora se gli italiani sono sconcertati di fronte ad una politica che parla sempre più a se stessa, soprattutto in questo momento in cui ci dobbiamo alzare ogni mattina cercando di capire se siamo gialli, rossi o arancioni, e di conseguenza cosa possiamo o non possiamo fare.

Gli italiani vorrebbero sentire parlare delle loro priorità, di cosa succederà alla fine del blocco dei licenziamenti, di cosa si vuole fare per evitare il tracollo dell’economia nazionale, dei problemi della sanità, del futuro delle giovani generazioni.

Nella quotidianità dei cittadini ci sono questi problemi, e non le alchimie di politici interessati solo a tenersi ben stretto il posto.

Ma poiché stiamo parlando di una crisi di Governo, anche se mai aperta formalmente, anche se chi l’ha provocata ritirando i Ministri ha poi deciso di astenersi sulla fiducia, due parole su come è andata a finire sono d’obbligo.

L’intera giornata è trascorsa con i giornalisti impazziti a rincorrere i politici per conoscere i movimenti, i cambi di campo, e con i capi bastone dei Partiti a tampinare e blandire i senatori ritenuti “in odore di responsabilità”.

Alla fine della conta, che al Parlamento viene definita “chiama”, Conte ha avuto 156 voti, 5 in meno della maggioranza assoluta, che è di 161.

Ma la Costituzione prevede come valida la fiducia ottenuta anche con la sola maggioranza relativa, e quindi il Governo l’ha sfangata.

Tutto bene quindi? Assolutamente no! L’Esecutivo è pienamente legittimo, ma è fragile come un vetro di Murano.

E Giuseppe Conte per tentare l’ennesima reincarnazione dopo il Conte 1 giallo-verde, ed il Conte 2 giallo-rosso, per dare vita al Conte 3, non si sa ancora di che colore, dovrà per forza cercare di trovare un altro Gruppo parlamentare “stabilmente costituito”, anche se composto da transfughi, che lo appoggi. Insomma la famosa “apertura al centro” di cui si parla da giorni.

A Matteo Renzi, che chiaramente puntava a far sparire Conte dalla scena politica, le cose non sono andate come forse si era immaginato.

Non ha tenuto conto che non è facile buttare giù dal piedistallo uno come Conte. Uno che, per dirla con Giorgia Meloni, come “Barbapapà” riesce ad assumere qualsiasi forma. E che per il leghista Marco Centinaio “è come quel Playmobil con cui giocavo da bambino. Un pupazzetto solo e tanti vestiti diversi. Sovranista e populista con il Conte 1, europeista e bideniano nel Conte 2. Il premier non lo trovi mai dove te lo aspetti. È sempre un passo avanti”.

E parimenti Renzi non ha tenuto conto delle “contorsioni” del Partito Democratico, che probabilmente condivideva buona parte delle contestazioni del leader di Italia Viva, ma che non se l’è sentita di seguirlo fino alle estreme conseguenze.

Al riguardo, Zingaretti e soci prima o poi dovranno decidere cosa vogliono fare nel futuro, perchè barricarsi dietro Conte potrebbe non portarli da nessuna parte.

Il grande assente di questo passaggio è stato il Movimento 5 Stelle, per il quale l’accettazione silente del proprio destino da comprimario potrebbe essere dettato dall’istinto di sopravvivenza, ma anche dall’assenza completa di discussione sulla propria identità. Cosa sia oggi il Movimento 5 Stelle di fatto non lo sa nessuno, ed i diretti interessati non fanno nulla per spiegarlo.
Per Giuseppe Conte non sarà un passaggio facile.
Innanzi tutto per i tempi, perchè data la situazione di crisi sanitaria ed economica, e viste le scadenze impellenti, dovrà trovare una soluzione al massimo in un paio di settimane.
E sapendo che fra i vari ostacoli si troverà di fronte anche all’oltranzismo pentastellato che, se vuole evitare di rimettere in campo Matteo Renzi, dovrà ingoiare il rospo della indispensabile apertura ad un gruppo di transfughi, e forse ad un pezzo di Forza Italia. Non è detto che il Movimento riesca a marciare compatto in questa direzione, e non finisca per impazzire come la maionese.
Ma come accennavo, l’interesse a tenersi lo scranno e il sontuoso stipendio, evitando di tornare al lavoro, per chi ce l’ha, è talmente grande che supera qualsiasi rospo da ingoiare.
Sintetizzando al massimo gli esiti di questa crisi anomala, direi che Conte ha ottenuto una vittoria dimezzata, Renzi ha perso la scommessa e ora rischia il disfacimento di Italia Viva, il Pd ed i 5Stelle ora temono la possibile concorrenza di un partito di Conte, e anche Salvini e la Meloni appaiono un po’ spiazzati, tanto che si limitano ad un generico appello a Mattarella.
Per concludere, tra le numerose e dotte citazioni, storiche, letterarie, scientifiche, musicali, sentite l’altro ieri al Senato, nessuno ha citato un verso della canzone “La valigia dell’attore” di Francesco De Gregori, che recita “…E pur siamo pronti a qualsiasi cosa, pur di stare qua…”.
Sarebbe stata la citazione più azzeccata!

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