4 Luglio 2020 - 11.01

Burghy, Swatch e le compagnie di Vicenza anni ’80

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Eventi epocali

di Alessandro Cammarano

Il 14 gennaio 1846, dalla da poco eretta stazione ferroviaria – progettata da quel Giovanni Battista Meduna che ricostruì il teatro La Fenice dopo il primo incendio – partiva, tra cigolii di ruote e sbuffi di carbone il primo treno passeggeri sulla tratta Vicenza-Padova.

Evento epocale: la città si apriva al progresso, anche se alcuni anni più tardi il vate Fogazzaro – quello i cui libri furono messi all’Indice dalla Chiesa per sospetto “modernismo”, per intenderci – ebbe a lamentarsi del fatto che Vicenza col treno aveva perduto la sua natura riservata e isolata.

Se il povero Antonio – chissà se in famiglia lo chiamavano Toni – fosse arrivato a vedere gli anni Ottanta del secolo scorso, invece di dipartire nel 1911, forse non sarebbe sopravvissuto all’ondata di novità e di globalizzazione, e un po’ anche di omologazione, che avrebbe investito Vicenza in un battito di ciglia. Tutto cominciò con una grande apertura, in un giorno che potrebbe essere stato nella primavera del 1981, in Corso Palladio, il cardo massimo, la strada dello struscio berico per eccellenza, il posto dove il sabato pomeriggio non si poteva – e a dire il vero anche oggi non si può – mancare: era arrivato il fast-food. “Burghy”, così si chiamava il primo smercio di paninazzi con polpetta di carne ultracondita e patatine fritte, il tutto annaffiato da litri di bibite gassate, inaugurò con un fantastico battage pubblicitario, giungendo da Milano e trasformando anche Vicenza in città “da bere”.

Il Burghy, che in seguito divenne più prosaicamente McDonald, attirò immediatamente frotte di adolescenti, e anche di bambini che perseguitavano madri e nonne per poter godere delle sorprese contenute nelle scatole dei menù infantili, che si adattarono immediatamente alla nuova moda.

Sorse immediatamente la “compagnia del Burghy”, composta da rampolli della borghesia medio-alta che, prima di ingozzarsi, facevano la fila – spesso venedo alle mani – per accaparrarsi uno degli ambiti Swatch Scuba che al negozio di orologi di Contrà Manin arrivavano con il contagocce. Con il fast-food a due piani sempre pieni si importò anche il fenomeno dei “paninari” – con spirito veterocomunista faccio coming-out: fui anche io paninaro, ma in versione autoironica – che si vestivano tutti uguali, roba che in confronto le divise nordcoreane sembrano più estrose. Partendo dal basso l’abbigliamento era così composto: scarponcini Timberland (o scarpa da barca Docksteps), calzettoni jacquard Burlington, jeans Levi’s, felpa Best Company e piumino Moncler, le ragazze indulgevano anche nei tessuti Naj-Oleari, il cui costo era superiore a quello dei tessuti di porpora riservati agli imperatori bizantini. Non erano ammesse imitazioni, pena un immediato ostracismo.

Alla compagnia del Burghy si contrapponeva quella di Porta Castello, dove impazzava un altro capo d’abbigliamento cult: il giaccone impermeabile Henry Lloyd, sostituito negli anni dal pesantissimo Woolrich. D’estate la polo Lacoste si portava con il colletto rigorosamente alzato – un po’ come quello della regina cattiva di Biancaneve – cosa che alcuni tardo-paninari fanno tutt’ora, denunciando immediatamente la loro età. Capelli rigorosamente ingellati con il Tenax, intruglio costosissimo che adesso farebbe schifo a chiunque.

Le compagnie “fighette” non si fermavano al Burghy ma intraprendevano un tour ludico-alimentare che per analogia potrebbe essere paragonato al “giro delle ombre” caro ai loro nonni. Da corso Palladio ci si spostava alla Cantinota, dietro l’oggi defunto Cinema Corso, per passare poi da Renato – tutt’ora in attività ­– in Stradella San Giacomo, dove i panini erano più caserecci e infinitamente più buoni.

A questo parterre medioricco e sicuramente classista si contrapponevano le compagnie di Piazza San Lorenzo, composte da quelli che, con abominevole spocchia, i paninari chiamavano “ciuffi” o “funghi”. Generalmente provenienti dal contado e amanti dell’hard-rock – al contrario degli altri che si dividevano tra Duran Duran e Spandau Ballet –, capelli lunghi, jeans strettissimi, giubbotti di pelle modello “chiodo”; in fondo un altro tipo di omolgazione ma, si sa, l’”appartenenza” dà un senso di sicurezza.

Non erano infrequenti gli scontri tra opposte visioni del mondo, per altro comuni fin dai tempi di Orazi e Curiazi, ma il tutto si risolveva rapidamente; più complicati gli amorazzi paninaro-ciuffa/funga e viceversa. Del resto si sa, le vicende di Romeo e Giulietta le ha narrate il da Porto ispirando il Bardo di Stratford.

Bei tempi, verrebbe da dire, quando a dividere erano un hamburger e un paio di jeans, ma in fondo in fondo non mi mancano, e poi vedere che qualche fighetto nella vita ha concluso poco, al contrario di alcuni funghi diventati stimati professionisti, dimostra che il tempo è galantuomo. Mi fermo qui, devo andare dal macellaio a farmi preparare del macinato…di Fassona però.

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