31 Gennaio 2020 - 9.16

Coronavirus, ad ogni epidemia la sua psicosi

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L’epidemia causata da un nuovo ceppo di coronavirus, che ha l’epicentro nella città cinese di Wuhan sta facendo riemergere nel mondo lo spettro delle pandemie del passato.
Nel corso della storia l’umanità  ha sempre dovuto subire epidemie che si sono diffuse rapidamente, per le quali non c’era cura, e che hanno mietuto a volte milioni di vite.
Dalla febbre tifoidea scoppiata durante la guerra del Peloponneso (quinto secolo avanti Cristo), al Morbo di Giustiniano, fino alla grande Peste del 1300,  la cosiddetta “Peste nera”, o “Morte nera”, che secondo i calcoli uccise quasi un terzo della popolazione europea.   Ed in Europa la peste vi rimase a lungo, tornando ciclicamente nei successivi tre secoli, tanto da influenzare anche grandi opere letterarie.  Chi non ricorda “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, con Don Rodrigo che muore di peste nel lazzaretto dove operava Frà Crisoforo?
Per non parlare delle periodiche epidemie di vaiolo, morbo che sfigurava sia i ricchi che i poveri.  E poi la “madre di tutte le pandemie”, l’ influenza “spagnola” che nel 1918 contagiò circa mezzo miliardo di persone, uccidendone almeno 25 milioni.  Al di là della denominazione di “spagnola”, il virus venne in realtà identificato per la prima volta in Kansas, negli Stati Uniti.
Poi nel 1957 fu la volta della cosiddetta “influenza asiatica”, che fece due milioni di morti prima della messa a punto del vaccino in tempi record, e che permise di dichiararla debellata nel 1960.
Nel 2003 fu la volta della “Sars”, comparsa per la prima volta a Canton, e nel 2009  della “influenza suina” che, al di là degli allarmi, si rivelò con un tasso di mortalità inferiore a quello della normale influenza stagionale.
C’è una costante nelle grandi pandemie della storia, e cioè che queste arrivano quasi sempre da oriente, molto probabilmente perché si tratta di zone assai popolate, con livelli igienici inferiori agli standard occidentali, e caratterizzate da abitudini alimentari piuttosto “al limite”.
Quindi la lotta contro i virus ha accompagnato l’umanità fin da sempre, ed è comprensibile che nella memoria collettiva la paura delle pandemie sia sempre presente e viva, perché legata storicamente ad immagini di orrore, devastazione e morte.
Ma c’è una differenza sostanziale fra i secoli passati e l’oggi, ed è il progresso medico-scientifico.
Nela romanzo di Alessandro Manzoni a parlare della peste è l’erudito Don Ferrante, discettando se il morbo fosse “sostanza” o “accidente”.  Categorie filosofiche, che alla fine non lo salvano dalla morte.
Allora si credeva che il morbo fosse diffuso volontariamente dagli “Untori”,  spalmando nei luoghi pubblici appositi unguenti.
Come accennavo, oggi la scienza è in grado se non di guarire tutte le malattie, almeno di individuarne e spiegarne le cause, e di conseguenza suggerire comportamenti per evitare il contagio, e mettere in campo cure, soprattutto i “vaccini”.
E qui arriviamo allo “snodo”, al punto cruciale della questione.
Che è quello della fiducia nella scienza, ed in questo caso nella medicina.
E’ inutile girarci attorno, il problema sta tutto qua.   Se crediamo nella scienza e nella buonafede degli scienziati e dei medici allora il nostro atteggiamento mentale ed i nostri comportamenti saranno conformi alle indicazioni da loro fornite.
Diversamente avremo fenomeni di panico immotivato, di psicosi collettiva.
E purtroppo i segnali che arrivano in questi giorni, per la verità non solo in Italia, ci mostrano comportamenti ingiustificati, talvolta al limite dell’assurdità.
Questi sono spesso il risultato di fenomeni di sfiducia nelle conoscenze scientifiche e di certe sottoculture, che rasentano la superstizione.
Tanto verrebbe a questo punto mettersi al collo una bella corona di aglio, che in altri tempi si credeva fosse un buon antidoto contro la peste.  Non sia mai che potesse funzionare anche con il coronavirus!
Questi fenomeni sono naturalmente amplificati dalla rete, che con il continuo martellare di notizie, e di titoli ad effetto, contribuisce a diffondere panico, e quasi sicuramente anche fake news.
Ma vediamo di ragionare un po’ sulle problematiche generate dall’epidemia.
Sia chiaro che non è mia intenzione minimizzare l’emergenza creata da un virus che ad oggi ha provocato 170 vittime, e che, forse per la prima volta, ha indotto le autorità dello Stato cinese ad imporre la quarantena ad una comunità di circa 30 milioni di abitanti.
Si tratta di un virus nato in un laboratorio militare operante nei pressi della città di Wuhan:   a parlarne per primo in Italia è stato il giornalista Paolo Liguori, e la notizia è stata ovviamente ripresa da altri media.   E’ noto che i militari di molte nazioni, nonostante le convenzioni internazionali, studiano armi batteriologiche a scopi bellici.  Ma un’arma biologica per essere efficace deve essere “controllabile”, e questo non è certo il caso del coronavirus, i cui effetti si stanno abbattendo in particolare  proprio sulla popolazione cinese.
Questa sembra un’ipotesi altamente improbabile, analogamente a quella che vuole che il virus sia stato creato da una casa farmaceutica che produce vaccini.  E’ chiaramente una voce che nasce in ambienti anti-vaccini, e si basa su un assunto in parte sbagliato.  Perché non è vero che le case farmaceutiche fanno enormi guadagni con i vaccini; certo ci guadagnano, ma non sono certo i prodotti più redditizi per queste aziende.  Si incassa molto di più con gli “integratori alimentari”.
Bisogna evitare contatti con i cinesi: è evidente che, data la situazione, programmare un viaggio in Cina non sarebbe opportuno, perché i rischi di esposizione al virus sarebbero altissimi.  Ma evitare esercizi, bar o negozi di parrucchiere gestiti da cinesi, o peggio pretendere l’isolamento di bambini cinesi nelle scuole, sono di fatto comportamenti discriminatori, per di più basati sul nulla.  Perché è evidente che se questi soggetti nei mesi scorsi hanno sempre dimorato in Italia, senza recarsi in Cina, il rischio che siano portatori di infezione da coronavirus è uguale a zero.  Oltre a tutto se il problema fossero le merci cinesi, magari prodotte a Wuhan, come metterla con le merci “made in China” di cui sono pieni tutti i negozi ”italiani”?   Trasformare i cinesi negli “Untori del XXI secolo” è da sconsiderati, anche perché a ben vedere i cinesi sono le prime vittime della pandemia.
Proteggersi con le mascherine: ad ogni notizia che arriva dalla Cina scatta un meccanismo psicologico autoprotettivo che porta naturalmente a prendere in considerazione tutto ciò che possa difenderci dal rischio di contagio.  E’ così che è scattata la corsa all’acquisto delle mascherine protettive, come se in Italia si fosse in piena emergenza.  Per non dire della notizia secondo cui la Tachipirina proteggerebbe dal coronavirus.
C’è da chiedersi chi ci sia dietro notizie di questo genere; probabilmente buontemponi che, approfittando del panico collettivo, si dilettano a lanciare il sasso, per vedere l’effetto che fa.
Ma l’allarmismo dilaga più velocemente e più capillarmente del virus stesso, ed a poco sono serviti fino ad ora gli inviti alla ragione dei più esperti virologi italiani, come il prof. Burioni.
Tanto che per farsi più male, in una sorta di auto masochismo collettivo, molti hanno riscoperto il film “Contagion”, che Steven Sodebergh girò nel 2011, pellicola che, come molti altri film del genere “catastrofico”, passò in sordina quando uscì, ma che in questi giorni ha ritrovato una “seconda giovinezza”, tanto da essere rientrato nella top ten 10 di Itunes negli Usa ,ed al 17°posto in quella italiana.   La trama del film sembra la fotografia di quanto sta avvenendo in questi giorni, ma questo non vuol dire che le cose siano nella realtà come immaginate dagli sceneggiatori.
Proprio per evitare di cadere preda di isterismi da rete, mai come in questa fase è opportuno che ciascuno di noi si tenga sì informato, ma attingendo a fonti serie e documentate, e non ai “manipolatori da web” che non si sa a chi rispondano,  e che probabilmente traggono il loro sostentamento dalla prassi del “chi la spara più grossa”.
Il portale del Ministero della Salute è sicuramente una di queste fonti “attendibili”, e vi invito a consultarlo, perché potrete constatare che risponde alle domande che oggi ognuno di noi si pone senza reticenze, fornendo informazioni chiare ed avvalorate da dati scientifici, ed i suggerimenti che al momento è possibile indicare.
Per concludere, la situazione generale non è sicuramente tranquilla, la pandemia c’è ed al momento sembra ancora in fase espansiva, ma  il focolaio è in Cina ed al momento in Italia non si è riscontrato nessun caso di coronavirus.
So bene che la Cina è uno Stato che solitamente non brilla per trasparenza, e quindi qualche dubbio sui dati  del contagio possa essere legittimo.  Ma non si può negare che la decisione con cui i cinesi stanno affrontando l’emergenza, usando metodi quali la quarantena imposta a trenta milioni di cittadini, bloccando ogni attività produttiva,  e cancellando le festività di capodanno, mostrano una precisa volontà di fare quanto umanamente possibile per arginare e bloccare l’epidemia.  Impegno e sforzo riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale.
Il resto va da sé, ed il blocco dei voli da e per la Cina, unitamente alle serrate degli store delle grandi catene internazionali, da Ikea a McDonald’s a Starbucks, sicuramente saranno di aiuto per arginare il diffondersi del virus.
Per quanto riguarda il nostro Paese credo debbano rassicurare le parole del Ministro della Salute Roberto Speranza, che ha specificato che l’Italia sta affrontando l’emergenza coronavirus con gli stessi protocolli previsti per il colera e la peste.
Una volta tanto bisogna avere un po’ di fiducia nel nostro sistema di gestione delle malattie infettive, anche perché con gli allarmismi e le isterie non si va da nessuna parte.

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