8 Novembre 2019 - 9.44

30 anni dal crollo del Muro di Berlino: perché NON dimenticare

di Stefano Diceopoli

A ben vedere la storia è fatta di due cose: avvenimenti e date in cui gli stessi sono accaduti.  In quest’ottica tutte le date dovrebbero essere ugualmente importanti, ma non è così.  Talune sono  effettivamente più significative di altre, perché segnano svolte epocali.  Per citarne solo alcune, la caduta dell’impero romano, la scoperta dell’America, la rivoluzione francese, la discesa del primo uomo sulla luna. 
Fra queste, gli storici del futuro inseriranno sicuramente il 9 novembre 1989, il giorno del crollo del muro di Berlino.
Quella giornata di novembre di trent’anni fa è diventata la data simbolo della disintegrazione del “blocco orientale”.   La fine cioè delle cosiddette “democrazie popolari”, che altro non erano che Stati controllati con il terrore da Partiti Comunisti vassalli del Pcus sovietico.
E di quella divisione dell’Europa, delimitata da un confine definito da Winston Churchill “cortina di ferro”, il Muro di Berlino, edificato dai comunisti dell’est nel 1961 per dividere la città in due parti, era diventato il simbolo.
In realtà tutti ricordiamo l’evento mediatico, e le immagini dei tedeschi dell’ex Repubblica Democratica Tedesca (DDR) impegnati nella demolizione “fisica” del muro fecero immediatamente il giro del mondo.
E’ impossibile dimenticare i visi sorridenti e l’euforia di quelle persone, in special modo i giovani, che per decenni erano stati oggetto delle repressioni della Stasi, la famigerata polizia politica.
La caduta del muro fu solo l’ultimo passo di una rivoluzione silenziosa, ma rappresentò lo stesso un evento straordinario, inaspettato, perché fino a pochi mesi Erich Honecker, presidente della DDR, proclamava che quel muro sarebbe rimasto lì ancora “altri cent’anni”.
Non poteva sapere, Honecker, che in quell’estate del 1989 l’Ungheria avrebbe annunciato l’apertura della propria frontiera con l’Austria, consentendo così a decine di migliaia di tedeschi orientali di raggiungere la Germania Ovest, proprio attraverso la Repubblica Popolare ungherese.
Per porre un freno a quest’esodo il presidente Egon Krenz, che era succeduto ad Honecker, dimessosi il 18 ottobre, decise di aumentare il numero di permessi per la Germania Ovest.
Ma come spesso succede nella storia, fu un “malinteso” a fare precipitare la situazione.
Il Ministro della Propaganda (sic!) Gunter Schabowski quel pomeriggio del 9 novembre, in una conferenza stampa, dichiarò che, a quanto ne sapeva lui, la decisione di aprire i posti di blocco lungo il muro era già stata presa.
In realtà il ministro era appena tornato dalle ferie, ed era male informato. Nessuno aveva ancora deciso nulla, ma le sue parole vennero interpretate dai cittadini di Berlino est come un “liberi tutti”.  E quando si riversarono in massa verso i posti di blocco trovarono le guardie di confine che non sapevano  che pesci pigliare, visto che nessuno aveva loro impartito precise disposizioni.
Sono situazioni tipiche delle ultime ore di un regime, ed in effetti i berlinesi invece del classico “dito” si presero l’intero “braccio”, e si buttarono sul muro cominciando a demolirlo.
Ecco perché il 9 novembre del 1989 resterà nella storia; perché segna l’inizio della fine di tutti i regimi comunisti dell’est Europa.
Pensate che in quello stesso anno, dal 15 aprile al 4 giugno, in Cina c’erano state le famose manifestazioni di protesta in Piazza Tienamen, note anche come Primavera democratica cinese, che furono brutalmente represse col sangue dal regime di Pechino.  Di quella protesta di operai, intellettuali e studenti, rimane un’icona; l’immagine di uno studente che si parò, solo e disarmato, davanti ad una colonna di carri armati, forse con la speranza di fermarli.
Tornando all’Europa, la caduta del muro fu come un segnale, una sorta di detonatore, per tutto quel mondo che stava al di là della cortina di ferro.
Le proteste degli universitari di Praga e Bratislava, iniziate il 16 ed il 17 novembre, nonostante le cariche della polizia portarono il 5 dicembre all’apertura delle frontiere con Austria e Germania Ovest, e qualche giorno dopo alla caduta incruenta del regime comunista anche in Cecoslovacchia.
Ma in quel 1989  ci furono anche le prime elezioni politiche in Polonia, vinte dal Sindacato libero Solidarnosc, cui seguirono le dimissioni del Presidente filo russo Jaruzelski e l’elezione di Lech Walesa.
Dell’Ungheria abbiamo già detto che aveva aperto le frontiere con l’Austria, e sotto la pressione di proteste popolari, il 23 ottobre (anniversario dell’invasione sovietica del 1956) i comunisti lasciavano campo libero alla nascita della Repubblica d’Ungheria.
Molto più cruento fu invece il crollo del regime nella Romania di Nicolae Ceausescu.  Alle proteste popolari Ceausescu reagì facendo sparare sui dimostranti.  Seguì un periodo di torbidi, caratterizzato da feroci repressioni ed un numero imprecisato di morti, fino alla condanna a morte di Ceausescu e della moglie, eseguita nel giro di un’ora il 25 dicembre di quell’anno 1989.
Come vedete, è stato tutto il 1989 un anno “fatidico”, e rappresentò l’innesco anche per il crollo del “centro dell’Impero”. 
L’Urss infatti implose due anni dopo, e cadde definitivamente il 26 dicembre 1991.
Fu l’epilogo di un mondo, che bene o male aveva retto per quasi cinquant’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Il crollo del muro rappresentò per l’Europa l’uscita dall’angoscia dell’equilibrio del terrore, dall’ incubo di un possibile scontro nucleare fra Mosca e Washington, combattuto nel vecchio continente.
Ma la riunificazione tedesca, che seguì l’evento mediatico, mise in allarme vari leader europei occidentali, perché avrebbe restituito una Germania oggettivamente più forte.
La contromossa di Mitterand, Kohl, Andreotti, e di altri leader europei, fu quella di procedere con maggiore determinazione e rapidità lungo i binari paralleli di una forte integrazione politica ed economica dell’Europa.
In pratica pretesero che la Germania si inserisse in una struttura comunitaria più forte ed articolata, e diedero il via libera alla nascita dell’euro.  In questo modo una nuova Unione Europea più coinvolgente e coesa, unitamente ad una moneta sostitutiva del marco, avrebbero dovuto rendere meno “rischiosi” i pericoli di una nuova Germania unificata.  Da qui il Trattato di Maastricht e la nascita della Banca Centrale Europea.
Quelli erano “politici di razza”, che quasi sicuramente avevano in mente il progetto ambizioso di un’Unione Europea in grado di affermarsi, grazie ad una politica estera comune, come un soggetto rilevante ed efficace nella determinazione degli equilibri mondiali del dopo guerra fredda.
Aspettative e speranze che, trent’anni dopo risultano in larga parte disattese.
La paventata uscita dell’Inghilterra dalla Ue, il neo isolazionismo ed anti-europeismo di Donald Trump, l’affermarsi nello scacchiere internazionale della Cina, la crescita in numerosi Paesi europei di movimenti sovranisti, sono tutti fattori che possono minare alle fondamenta l’architettura dell’ Unione Europea così come la conosciamo.  Con il rischio di una riproposizione di tutte le contrapposizioni e le ragioni di scontro che in altre stagioni hanno portato l’Europa a dare il peggio di sé in due guerre mondiali.
Restano negli occhi, e consentitemi anche nel cuore, per chi le ha vissute, le immagini di quella notte fra il 9 ed il 10 novembre 1989.  Di una Berlino che si riempì di grida, di rumori, di canti, ed anche di colpi di piccone contro il simbolo della repressione.
Immagini di lacrime di gioia, di facce euforiche di uomini e donne che erano consci di essere testimoni della conclusione di una lunghissima attesa, della fine di un simbolo moderno della tirannia e della sopraffazione di un popolo, dell’epilogo della divisione della Germania, e dell’ipoteca sovietica sull’intera Europa.
Ecco perché il 9 novembre del 1989 non può e non deve essere dimenticato; perché, come ebbe a dire il poeta Vaclav Havel, rappresenta l’ideale di un’Europa “senza muri, senza sbarre di ferro, senza filo spinato”.

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